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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO
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536. VIDYA E AVIDYA: LA CONOSCENZA CHE LIBERA da un'Americana a Venezia
Con questo post proverò a parlare di un concetto
fondamentale dell'antichissima filosofia Vedanta. Tratta di due vocaboli nella lingua
sanscrita: vidya e avidya.
Nel Periodo Vedico dell'India (Età del Bronzo e del Ferro) esistevano
diversi tipi di vidya, sapienza: per esempio, quelli della scienza, del know-how, dell'apprendimento, della
medicina e della filosofia. Possedere vidya, dal verbo vid, sapere, in quell'epoca era più importante di possedere
terra. Oggi l'aspetto più importante di vidya viene confermato dalla fisica
quantum, mentre la più antica scuola indù di Vedanta, la Advaita ("non-duale"),
lo approfondisce. Vidya in lingua sanscrita significa "conoscenza," mentre avidya è l'opposto, "senza
conoscenza." L'avidya, termine spesso tradotto come "ignoranza," è la causa
principale della nostra infelicità. Senza
vidya, viviamo un vuoto di
significato con riguardo a chi siamo veramente.
Ma parlare della vidya nel suo
senso metafisico è un pò come provare a vedere il retro della propria testa. Si arriva alla vidya attraverso la contemplazione.
Comunque, ci provo, convinta che conoscere un pò di vidya e avidya, concetti
noti agli indù e ai buddhisti, è informazione vitale per l'uomo contemporaneo. Vidya
appartiene soprattutto alla sfera spirituale.
La formula vedica di questa "pura conoscenza" è semplice: Atman, la scintilla eterna dentro di te,
è uguale a Brahman, l'Unità Suprema. Nell'immensa molteplicità di forme troviamo Brahman, grande oltre l'immaginazione. Per l'antica scuola Advaita, siamo tutti diversi
eppure siamo tutti un'emanazione di Dio.
L'avidya, descritta fra gli
Advaitisti anche come "non quello," perché le apparenze facilmente
ingannano, rimane lo stato mentale che ostacola la nostra comprensione di vidya.
Chi non cerca vidya vive esclusivamente
nella maya, cioè, nell'illusione, convinto
che il mondo materiale ed i suoi oggetti sono l'unica realtà, tutto e tutti staccati
e senza legame profondo. Vivere nella maya significa vivere nella dualità: io
e tu, noi e loro, esseri umani contro la natura, ecc. E' vero che ai nostri occhi le cose e le
persone appaiono ben divise e distinte. Poi,
abbiamo imparato a mettere tutto in una categoria con le parole. La nostra coscienza non è in grado di percepire
la realtà sul livello delle particelle di energia dove tutto è davvero unito. Inoltre, le nostre menti mondane sono troppo distratte
per avventurarsi oltre questioni di sopravvivenza e piacere. Quindi, l'avidya,
l'ignoranza della verità, rimane il principale ostacolo alla visione della vidya.
Qualcuno dice che l'illusione della maya
è la polvere sullo specchio che oscura la realtà. Come capita questo offuscamento? L'ego dell'individuo viene rafforzato dalla
prima infanzia: siamo velocemente ipnotizzati a credere che siamo i nostri
nomi, che siamo isolati dentro il corpo, o peggio, che siamo solo il nostro
corpo. Poi arrivano più strati di
polvere: i nostri attaccamenti, avversioni, gusti, preferenze, opinioni e
credenze. Insomma, prima o poi c'è un
grande "IO" da difendere. Siamo
tanti "IO" che provano a farsi vedere, quasi tutti cercando la
propria riflessione. Abbiamo creato un gran
bel groviglio di dualità dentro la testa, ben rafforzata dalla nostra società
consumistica, e quando guardiamo noi stessi e gli altri, vediamo solo lo specchio
sporco della propria mente. Alla fine, la
paura dell'altro diventa la nostra compagna più costante. Finché non cominciamo a rimuovere tutta questa
polvere, non arriveremo mai alla liberazione dalla maya. E' questa ricerca ciò
che intendevano gli antichi greci con il consiglio Gnothi sauton, "Conosci te stesso"? E' questa la verità di cui Sant'Agostino
scriveva, spiegando che la libertà è la stessa "Sapienza" attraverso la
quale si può conoscere il Sommo Bene? Per
noi occidentali la spiegazione della realtà offerta dalla scuola Advaita Vedanta
è allucinante, apprezzabile soprattutto dagli studiosi della nuova fisica. Ma la verità non è più teoria nè mera
credenza: tutto e tutti sono inestricabilmente uniti in un campo di energia unificato.
Siamo, in effetti, onde di energie
collegate fra di noi, interdipendenti, composti della stessa polvere di stelle,
respirando qui sulla Terra in un universo infinito. Che cosa vuole dire? Ha dell'incredibile. E' difficile accettare che il tuo vicino di
casa, sì, quello lì, è un'altra forma di te! Che quando mangi la carne, mangi anche una
parte di te stesso! Che quando tagli un
albero, fai fuori anche te stesso! Cosa
facciamo con quest'informazione? Che
senso può avere se non siamo tutti d'accordo?
Appunto. Cosa ne facciamo? Bloccati come siamo sempre stati in uno stato
collettivo di avidya, separati dentro
e fuori di noi, acceccati dalle apparenze, non possiamo far a meno di continuare
ad agire, momento dopo momento, nel buio, commettendo atti oltraggiosi nei
confronti di noi stessi e del pianeta, facendo sbagli che nel cristianesimo
chiamiamo peccati. Vidya/avidya è un
concetto spirituale così grande e così estraneo al nostro modo di pensare che
la maggior parte di noi lo rifiuta come scienza astratta oppure come propaganda
psichedelica. Ma forse è ora di svegliarci
dall'incubo dell'ego solitario che cerca invano di soddisfarsi. Abbiamo sete di verità, per una visione compassionevole
della vita che ci può liberare dai nostri piccoli egoismi. La prossima volta che vediamo giovani alle
manifestazioni con cartelli che leggono SIAMO TUTTI UNO, possiamo sperare che
il profondo significato di questo antico concetto sta finalmente arrivando da
noi. E quando Gesù ci dice nel Vangelo
di Matteo, "Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più
piccoli, l'avete fatto a me," forse capiremo col cuore più aperto. Almeno, il vecchio comandamento che parla di amare
il prossimo come amiamo noi stessi ci sembrerà più coerente. Termino questo post con la speranza che sempre
più esseri umani, stufi di guardarsi nello specchio opaco (oppure
nell'obiettivo del telefonino), apriranno gli occhi alle immense possibilità della
nostra specie per trovarsi, qui e ora, parte integrante del capolavoro ancora
in corso dal Divino. UN'AMERICANA A
VENEZIA
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