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In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. (Michael Ende) ---- A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro. Sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi. (Carl Gustav Jung)

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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO

LA FOTO DELLA SETTIMANA  a cura di NICOLA D'ALESSIO
LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO:QUANDO LA BANDA PASSAVA...
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28. IL FANTASMA DELL'OPERA. RIFLESSIONI SULL'OPUS DEI

Volevo scrivere un post sulla spiritualità dell’Opus Dei per contribuire a fare chiarezza su questa istituzione della Chiesa Cattolica - una Prelatura personale - oggetto in passato di pregiudizi alimentati dall’ignoranza, poi mi sono ricordato di queste riflessioni di Rodolfo Brancoli, pubblicate nella rivista politico liberale “Liberal” (giugno-luglio 2002), che di seguito trascrivo. Rodolfo Brancoli, giornalista e scrittore, è stato corrispondente dagli Stati Uniti per i quotidiani "Repubblica" e "Corriere della Sera" ed è stato uno stretto collaboratore di Romano Prodi dal 2004 al 2008, occupandosi dei rapporti con la stampa estera. “Il dieci gennaio 2002 è una data che i membri italiani dell’Opus Dei si saranno probabilmente annotata. Niente di epocale, sono ben altre le date che contano nella vita dell’Opera. Ma, se si vuole cercare il segno più vistoso della svolta avvenuta nell’immagine pubblica, quella data conta perché è il giorno in cui i lettori di Repubblica hanno trovato in pagina una rispettosa quanto ampia intervista del vaticanista al Prelato Javier Echevarría sotto il titolo «L’Opus Dei all’onore degli altari», con un riferimento alla imminente santificazione del fondatore Escrivá de Balaguer. Già è assai raro che il Prelato dia un’intervista. Ma leggerla su un giornale che, per il milieu politico-culturale di riferimento, mai è stato tenero con l’Opera, parte di un gruppo editoriale che in più occasioni contro l’Opera ha usato il suo settimanale come una clava, costituisce qualcosa di più di una curiosità. È invece il segno più vistoso di un sostanziale mutamento di percezione dell’Opus Dei intervenuto in tempi recenti, o che perlomeno solo in tempi recenti si è manifestato, nell’establishment politico, culturale e finanziario italiano, e di riflesso negli organi di informazione che ne sono direttamente o indirettamente influenzati. L’occasione in cui questa svolta si è materializzata è stato il congresso internazionale tenuto a Roma a inizio d’anno, nel centenario della nascita del Fondatore, che ha prodotto una copertura mediatica senza precedenti, andando ben oltre l’ambito ristretto della stampa cattolica, e che ha fatto registrare la presenza nella seduta inaugurale di esponenti di primo piano del mondo politico italiano senza distinzioni di parte, nonché l’emissione di un francobollo commemorativo da parte delle Poste italiane. Cosicché è del tutto giustificato il titolo - La rivincita dell’Opera - con cui il quotidiano La Stampa ha colto il nuovo dato. Titolo completato dall’ironica notazione che «La accusavano di carrierismo, ora è di moda». Infatti sembra essere improvvisamente «in» per il politico, l’imprenditore, l’editore che in tempi anche recenti sembravano veleggiare verso altri lidi, essere ora associati pubblicamente in qualche modo con l’Opus Dei. C’è in questo il rischio evidente di una banalizzazione del messaggio di Escrivá, di cui credo che gli uomini e le donne dell’Opera (quattromila in Italia) siano pienamente avvertiti, aldilà della comprensibile gratificazione che ciò comunque comporta per chi si è dovuto muovere per decenni tra diffidenze, ostilità, insinuazioni, campagne aggressive dirette a delegittimare e in qualche caso a criminalizzare l’Opera. Ma come far capire il carattere rivoluzionario del messaggio di Escrivá, impedendo che sia soffocato da un plauso di maniera, è problema loro. Intanto prendiamo atto che si è voltato pagina, e che per conseguenza dopo mezzo secolo di presenza in Italia si è prodotta una ricomposizione dell’immagine, direi dell’idea stessa dell’Opus Dei: dico ricomposizione perché per alcuni decenni è sembrato che siano esistite due Opus Dei, quella di chi aveva modo di conoscerla di persona entrando in contatto con i suoi membri, e quella di chi ne sentiva solo parlare attraverso i media, quasi sempre in un contesto di favolistica demonizzazione (società segreta, massoneria cattolica, lobby politico-affaristica, gruppo di potere…), dando luogo a un «sentito dire» lontano anni luce dalla realtà conosciuta per esperienza diretta. È un fatto che l’Opus Dei, dalla sua fondazione in Spagna (e per quanto interessa a noi dal suo sbarco in Italia nel 1946) fino alla beatificazione del Fondatore nel 1992, è stata costantemente sotto attacco, oggetto di tenaci avversioni, di sorde ostilità, talvolta di vere e proprie campagne, e persino, in Italia, di un’iniziativa parlamentare alla metà degli anni Ottanta diretta a metterla fuori gioco come una sorta di loggia occulta (e invocando infatti nei suoi confronti l’applicazione della legge del 1982 anti-P2). Poiché è un fatto, ben documentato, non sembra inutile tentare di offrirne sommariamente una spiegazione nel momento in cui a tutte le apparenze le armi vengono deposte, con qualche riferimento infine allo specifico italiano. Un motivo di questa non-comprensione è indubbiamente la sua originalità, il suo carattere di novità entro la stessa Chiesa, con l’offerta di uno «strumento di santificazione» nella vita ordinaria, nel proprio lavoro, nella vita matrimoniale se questa è la propria vocazione. Dunque senza cambiare stato e uscire dal mondo, senza entrare in seminario o in convento, senza distinguersi nell’abito, con un impegno cristiano radicale ma all’interno della più assoluta normalità, con un apostolato discreto che si affida innanzitutto all’esempio, alla capacità - diceva Escrivá - di «fare straordinariamente bene le cose ordinarie». Cioè con una piena rivalutazione dei laici rispetto ai consacrati sulla base di una intuizione anticipatrice, come ormai viene universalmente riconosciuto, di quella teologia del laicato che è elemento caratterizzante della Chiesa postconciliare. Tanto anticipatrice da aver prodotto in alcuni settori della Chiesa una incomprensione durata a lungo, sfociata (alcuni gesuiti in prima fila) in un atteggiamento di dichiarata ostilità. Tanto anticipatrice da aver esposto il Fondatore all’accusa di essere un pazzo, e persino un eretico, con le conseguenze del caso: cioè con un deferimento al Santo Uffizio, con un processo avviato e bloccato solo dopo qualche tempo, e dopo aver causato molte sofferenze e una minaccia reale alla sopravvivenza stessa dell’Opus Dei, ancora priva di una definizione giuridica adeguata che la ancorasse nella struttura gerarchica della Chiesa e che sarebbe venuta solo nel 1982, concretizzando una nuova figura giuridica (la prelatura personale) prevista dal Concilio Vaticano II. E mettiamo pure in conto le gelosie, la tutela degli spazi operativi conquistati, la difesa dei propri esclusivismi, dei territori da tempo presidiati. Il cardinale Franz Koenig, arcivescovo emerito di Vienna, uno dei grandi «padri» del Concilio, in una intervista a La Vanguardia dell’8 gennaio 2002 traccia questo quadro: «(Escrivá) si era reso conto che esistevano due mondi separati, la vita religiosa e la vita professionale, che in realtà avrebbero dovuto camminare uniti. Ciò che allora predicava era una novità assoluta. Però, malgrado queste idee si trovino oggi nei documenti del magistero della Chiesa, sono ancora recepite lentamente. Come sempre, quando sorge qualcosa di nuovo, immediatamente appare un certo scetticismo. La gente si domanda: che vogliono? Chi sono? Che cosa c’è dietro? Nella storia sono nati molti movimenti promettenti che poi sono svaniti o sono finiti con l’assumere un carattere settario. Non è facile farsi apprezzare dalle persone che tendono al dubbio negativo. Ci vuole tempo e pazienza. L’Opus Dei, prima di trovare un suo posto nella Chiesa, ha sperimentato sulla propria pelle ciò che questo significa». La difficoltà di comprendere gli elementi sostanziali di originalità dell’Opus Dei, già così forte in ambito ecclesiale, non può che accrescersi quando a quella che vuole essere una esperienza squisitamente religiosa si applicano dei metri di valutazione che di religioso non hanno niente. Diciamo che ad alcuni settori del mondo capitalista riesce sicuramente difficile credere che ci si possa mettere assieme per santificarsi e non per acquisire posizioni di comando da sottrarre alla concorrenza. Così quella incomprensione in ambito ecclesiale diviene in altri ambiti pregiudizio e ostracismo, resi più virulenti dalla sensazione di vulnerabilità dell’Opus Dei che la prima ingenera. E così nasce e viene diffusa la leggenda del gruppo di potere occulto, in cui la riservatezza sulla membership, l’eccellenza professionale di alcuni membri, le scelte personali sul piano temporale di altri, diventano altrettante prove inconfutabili di un disegno molto terreno, la creazione appunto di un gruppo di potere occulto. La verità è che l’Opus Dei ha dato da subito fastidio, molto fastidio, ad alcuni poteri consolidati. Perché una new entry nella società civile, cui si rivolge con la capacità di attrarre talenti professionali e di essere presente con il suo messaggio di eccellenza in alcuni snodi che contano, disturba non poco chi pretende di controllarla, si tratti di ambienti laicisti o di ambienti clericali, che da tempo hanno trovato su quel terreno un loro modus vivendi in una sostanziale divisione delle sfere di influenza. Dell’Opus Dei raramente è stato colto, per esempio, quanto il suo spirito e il suo stile nulla abbiano di clericale. Ci sono parole molto nette di Escrivá contro l’idea stessa del partito unico dei cattolici, contro le «soluzioni cattoliche», contro la clericalizzazione di ambiti della società civile, contro i trionfalismi esibiti, contro l’intromissione del clero con pretese di guida nelle sfere proprie dei laici credenti e, va da sé, contro pretese di orientarne il voto. Questo vale innanzi tutto dentro l’Opera. Riferendosi all’eventualità che nell’Opus Dei qualcuno, fosse o non fosse un dirigente, cercasse di imporre agli altri un determinato criterio temporale, Escrivá disse una volta a un giornalista che gli altri membri non tollererebbero una simile prevaricazione e «indurrebbero costui a cambiare idea o a lasciare l’Opus Dei. Questo è un punto sul quale nessuno nell’Opus Dei potrà mai permettere la benché minima deviazione, perché ognuno deve difendere non solo la propria libertà personale, ma anche il carattere soprannaturale dell’attività a cui si è dedicato. Ritengo perciò che la libertà e la responsabilità personali siano la migliore garanzia degli scopi soprannaturali dell’Opera di Dio» (D. Le Tourneau, L’Opus Dei, p. 49, Edizioni Scientifiche Italiane, 1992). Coerentemente, nell’intera storia dell’Opus Dei non c’è mai stato un qualche pronunciamento collettivo a favore o contro determinate politiche. Per la semplice ragione che non ne ha e non può averne. E, per venire all’Italia, è incontestabile che di tutte le organizzazioni cattoliche che vi operano è sicuramente quella che più si è tenuta lontana dalla Democrazia Cristiana. Per scelta, ma anche per una ragione più ampia che concorre a spiegare la diffidenza e avversione di cui a lungo è stata qui circondata. Mi riferisco a una palese estraneità culturale rispetto a tanta parte del cattolicesimo italiano, sia a quella ancora affezionata alle forme organizzate tradizionali e all’occupazione di spazi separati (i medici cattolici, gli imprenditori cattolici); sia a quella iperpoliticizzata (nella sfera civile, ma anche incline a una politicizzazione della fede e alla visione di un ruolo politicizzato della Chiesa) e con un ethos pauperista, assistenzialista, classista, terzomondista. Incapace di comprendere che destinatario del messaggio di redenzione, e di santificazione, non è solo il contadino delle Ande ma anche il banchiere di Wall Street («di cento anime ce ne interessano cento», diceva Escivá), e che un’azione tesa alla formazione personale per cui l’Opera si caratterizza non può trascurare nessun gruppo e allo stesso tempo, per essere efficace, deve indirizzarsi a gruppi omogenei in uno stile adeguato al loro stato, senza demagogie e livellamenti. Su questo terreno ha finito così per verificarsi una saldatura oggettiva, di cui l’Opus Dei ha fatto le spese, tra quella parte del mondo cattolico che non le perdonava di non privilegiare nel suo apostolato i poveri e sembrava anzi rivolgersi in prima battuta ai ceti professionali, e quella parte del mondo laico cui sta benissimo che la Chiesa si dedichi ai poveri, meno bene che si dedichi anche ai banchieri. Mettiamo pure in conto che in non poca misura deve aver pesato negativamente il fatto che l’Opus Dei provenisse dalla Spagna franchista, con una identificazione rafforzatasi quando a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso alcuni suoi membri entrarono nel governo occupando dicasteri economici. Per quanto si trattasse di libere scelte personali, e contemporaneamente vi fossero altri membri dell’Opera costretti all’esilio per il loro antifranchismo (ma di questo non si parlava), quella presenza molto è costata in termini di pubblica percezione. E in qualche misura la svolta positiva nella percezione che abbiamo oggi registrato è dovuta non solo all’allontanarsi nel tempo del ricordo di quel regime, ma a un attenuarsi dell’imprint iberico iniziale per effetto dell’internazionalizzazione dell’Opera e la crescita delle filiazioni nazionali portatrici di sensibilità diverse. Ma soprattutto si è manifestata in Italia la forte avversione di settori del cattolicesimo militante nei confronti di chi, nel grande sbando postconciliare, si è tenuto saldamente ancorato al magistero papale. Da essi viene infatti all’Opus Dei l’accusa di un orientamento anticonciliare, e in questa accusa c’è decisamente un aspetto paradossale, perché i testi conciliari sono una formidabile autenticazione della dottrina che Escrivá è venuto insegnando dal 1928. Non solo, l’Opus Dei vi trova finalmente quella formula giuridica che le darà un saldo ancoraggio nella struttura gerarchica della Chiesa attraverso la formula della «prelatura personale». Dunque, l’Opera deve molto al Concilio e ne è del tutto consapevole. È vero invece che nella crisi di obbedienza e di autorità che travaglia la Chiesa, l’Opus Dei con il suo rigore e il suo radicalismo fa muro, niente concedendo alle mode, agli «aggiornamenti» stravaganti sia in campo dottrinale che liturgico. Negli anni in cui i seminari sono vuoti, l’Opera porta al sacerdozio un migliaio dei suoi membri, in precedenza tutti professionisti. E se ci sono preti che si «travestono» con maglione e jeans, i suoi preti indossano tutti l’abito talare. Non si fa fatica a credere che agli occhi di taluni questa Opera, per sostanza e stile, rappresenti quasi una provocazione, e che l’avversione sia quasi un fatto di pelle. Nell’ancorarsi saldamente al magistero papale l’Opera viene a identificarsi con Giovanni Paolo II, con cui esiste una non negata affinità. Cosicché non è un caso che quanti non hanno avuto sintonia con questo Papa, non ne hanno avuta neppure per l’Opera. E si racconta che Giovanni Paolo II, intrattenendosi qualche anno fa con Madre Teresa e con Alvaro del Portillo, il primo successore di Escrivá, abbia esclamato: «Chissà perché tutti parlano bene di Madre Teresa, mentre tanti parlano male del Papa e dell’Opus Dei». I membri dell’Opera diventano così «i pretoriani del Papa» per una pubblicistica ostile a entrambi. L’ultima offensiva anti-Opera si verifica alla conclusione del processo di beatificazione del fondatore, nel 1992. Sono le ultime cannonate, anche su organi di stampa internazionali per la verità, e sono pesantissime nel tentativo di delegittimare il processo per la sua supposta rapidità (diciotto anni) e di impugnare la credibilità della persona che viene elevata agli altari. E nella rimasticatura delle solite accuse, c’è chi si spinge fino a insinuare che l’Opus Dei abbia «comprato» la beatificazione a suon di milioni di dollari destinati alla chiesa polacca, il che equivale a dire che il Papa si è venduto una beatificazione. Ma è l’ultima bordata, cui segue il silenzio in cui matura la svolta. L’Opus Dei beneficia intanto, proprio per la forte identificazione che si è detto, del rafforzarsi della statura e considerazione di questo Papa, anche negli ambienti più distanti. Persino quel grumo di militanza ecclesiale rappresentato da alcuni vaticanisti sembra incline a deporre le armi. Beneficia anche della maggiore conoscenza diretta, visto che ogni anno diecine di migliaia di persone entrano in contatto con i centri dell’Opera in 23 città italiane. La conoscenza diretta consente anche di verificare che è dopotutto vero che non è un centro di potere, che non c’è una occupazione di spazi, che non ci sono «cordate» professionali in concorrenza con altre di segno diverso. Il Palazzo, non solo quello politico, ne prende atto, e l’informazione italiana - che per molti anni ha scelto di non capire, restando ferma per pigrizia o per militanza a una immagine negativa cristallizzata - segue a ruota. Fino a dare l’impressione che ora sia «di moda». Mi sia consentita, per concludere, una notazione personale. Ho conosciuto l’Opus Dei all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, frequentando la prima residenza romana aperta a pochi passi dal mio liceo. E lì ho avuto il privilegio di vedere e ascoltare alcune volte Escrivá, che ogni tanto veniva in visita accompagnato da quello che sarebbe poi diventato il suo primo successore. Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare invece di quella ventina di studenti universitari e giovani professionisti che conobbi allora, diventati membri numerari nei primi anni della presenza italiana dell’Opera. Mezzo secolo dopo qualcuno è morto, un paio ha lasciato: ma gli altri, tutti gli altri, sono ancora lì, fedeli alla scelta fatta allora. E io trovo questo francamente straordinario, se solo si pensa alla crisi profonda che ha investito la Chiesa negli ultimi decenni del secolo scorso, tra seminari vuoti e conventi che si svuotano, e a quanto facile sarebbe stato andarsene per chi dopotutto non indossava un abito talare e aveva una propria attività lavorativa spesso di successo. Eppure questo non è avvenuto. E a loro vorrei dedicare queste poche righe, con affetto. Ma soprattutto con ammirazione.” Per chi voglia conoscere la spiritualità dell’Opus Dei ed il suo impegno laico, lo scritto di Rodolfo Brancoli è un’ottima introduzione. Roberto Rapaccini

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IN QUESTI ANNI ABBIAMO CORSO COSÌ VELOCEMENTE CHE DOBBIAMO ORA FERMARCI PERCHÈ LA NOSTRA ANIMA POSSA RAGGIUNGERCI

(Michael Ende)

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(Carl Gustav Jung)