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In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. (Michael Ende) ---- A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro. Sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi. (Carl Gustav Jung)

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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO

LA FOTO DELLA SETTIMANA  a cura di NICOLA D'ALESSIO
LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO:QUANDO LA BANDA PASSAVA...
Questo blog non ha finalità commerciali. I video, le immagini e i contenuti sono in alcuni casi tratti dalla Rete e pertanto sono presuntivamente ritenuti pubblici, pur restando di proprietà del rispettivo autore. In ogni caso, se qualcuno ritenesse violato un proprio diritto, è pregato di segnalarlo a questo indirizzo : rapacro@virgilio.it Si provvederà all’immediata rimozione del contenuto in questione. RR
BENVENUTO! - Il Blog si occupa di Arte, Spiritualità, Creatività e Religione

3. RECENSIONI ED ALTRO

In questa sezione possono essere scritte da chiunque recensioni che riguardino eventi artistici (anche ascolto di dischi, lettura di libri, visione di spettacoli e film), nonchè accadimenti o fatti che abbiano a che fare con la spiritualità, dal momento che Arte e Spiritualità, come è nel programma del Blog, sono realtà parallele. La parte relativa alla musica è seguita da Roberto Latini, che ha specifiche competenze in materia. Nella sezione inoltre possono essere scritte riflessioni che siano residuali rispetto agli specifici temi del Blog, ovvero che non siano ricomprendibili nelle altre sezioni. Roberto R
***
Le opinioni e i giudizi espressi nei commenti sono esclusivamente riferibili all'autore del commento stesso. In ogni caso non sono ammesse frasi diffamatorie, offensive o ingiuriose.

77 commenti:

Anonimo ha detto...

A chi piace la pittura a olio segnalo questo link http://www.puliafico.net/
interessante.Grazie

ROBERTO R. ha detto...

MUSICA

“SINGULARITY” album degli EPIC FUEL (2010)

recensione di Sky Robertace

Opera prima di questo gruppo, che sembra già matura sia per tecnica che per capacità compositiva. Thrash metal duro e violento alla Slayer, ma con ritornelli alla Linkin’Park che però non si trovano in tutti i pezzi. Buoni i riff ed eccellente la pesante ritmica. La voce, pur essendo spesso un growl cupo, è però efficace e mai confuso, ripetitivo soltanto in alcuni momenti; altre volte il canto è roco ma pulito nella sua melodia.
Tra i brani migliori “MORE” che, dopo un intro dal suono di metallo, attacca pesantemente l’ascoltatore alternando growl a ritornello orecchiabile. “THE FIRE”; “CALLING ALL CARS”(vi è inserita una alterata voce di Frank Sinatra in “My way”) e “INSANITY” migliorano il livello compositivo rimanendo violenti ed aumentando leggermente il ritmo. “DESTROYING THE WALLS” è il brano più divertente, che abbandona toni troppo cupi, ma perde le caratteristiche anni ‘80/’90 lasciando intravedere sonorità attuali; inoltre si nota l’assenza di vocalizzi growl. “EPIC FUEL” sembra voler dare tregua con la sua iniziale chitarra acustica, invece essa dura solo un attimo e poi torna la consueta energia; anche qui non c’è growl. Altro buon brano è “PRECIOUS HATE”; anche se eccessivamente ossessiva e monocorde risulta la voce, in un growl ben inserito ma troppo prolungato, gli fa da contraltare un andamento ritmico quasi epico che prende con forza l’ascoltatore.
I questo album non si trovano ritmi di 2/4, anzi, le velocità sono spesso un middletime aperto a variazioni effettuate spesso. Così l’effetto non è di un disco piatto, ma di un lavoro ricco di passaggi interessanti; peccato per l’assenza di assoli, di cui non si sente comunque quasi mai la mancanza grazie all’abilità nel modulare i giri chitarristici, appoggiati da una batteria incisiva. Nel complesso un lavoro che probabilmente sarà tra i migliori dell’anno in corso.
Roberto L.

Scritto da : Sky Robertace

ROBERTO R. ha detto...

EVENTI

“AVVISO DI SFRATTO” serata al Rendez Vous (Piazza S. Francesco-TR)

Recensione di Sky Robertace.

Ore 22.00 del 12. febbraio 2010: uno show oltre che concerto; dove si nota come il gruppo meriti ben altri riflettori che quelli di un pub. Sanno suonare bene e sanno tenere il palco, sia dal punto di vista tecnico sia da quello espressivo/interpretativo. La musica rock’n’roll anni ‘50 (cover che vanno da Elvis a Chuck Berry, passando per numerosi altri artisti, compresi quelli italiani) è eseguita con energia. Alcuni componenti della band sono amanti dell’Heavy Metal e lo evidenziano con la grinta che ci mettono. Interessanti alcuni arrangiamenti che rivitalizzano i brani, in particolare per “Americano”, famoso hit di Carosone, che appare così più frizzante grazie a controtempi e passaggi articolati. Da segnalare la voce, sapientemente gestita, di Stefano Firmani (detto Bubba), ex cantante del gruppo ternano Glory Hunter (dilettante band metallara negli anni ‘80) che però attualmente (2009) ha anche prestato la sua abilità al brano “Wasting all” del disco solista di Giulio Rossi (chitarrista dei Synthesis). In tale album sono presenti altri quattro vocalist, ma il migliore è risultato lui. Da segnalare inoltre il bassista del gruppo che è Joe Chirchirillo, un professionista della musica, che appoggia adeguatamente il cantante facendo il corista agevolmente mentre suona. In realtà la loro bravura risulta vocale per tutti, quando lasciano gli strumenti ed effettuano pezzi corali tutti insieme. Nello spettacolo s’insinuano battute ilari e atteggiamenti da showman in cui si strutturano gag che vedono il cantante e il tastierista (James Cartusio) fare da coppia leader. Infine voglio ricordare che è solo nel 2008 che esce un loro lavoro discografico, nonostante i molti anni di attività: vi è presente un solo brano originale, chiaramenete di sonorità anni ’50, intitolato “DOLCE MARYLIN”. Non è un pezzo tirato ma è divertente e c’è anche un video ironico ad accompagnarlo.

scritto da : sky-robertace

MUSICA

IL ROCK DURO

Cosa sono l’Hard Rock ed il Metal?

Intanto ecco le parole di Luca Signorelli su “METALLUS”, libro dell’Heavy metal:
“La carta vincente del metallo, e assieme la sua maledizione più intima, è il proprio essere una musica “primaria”. Tocca corde istintive, emozioni non mediate, primitive. Il metal che non agita queste emozioni, che non va dritto all’impatto non è metal: è qualcos’altro di marginale al genere “.
Questo suo essere una musica non mediata (anzi, la musica meno mediata attualmente in circolazione) ne ha garantito una popolarità che non conosce flessioni dagli anni ’70. Così si sono succedute generazioni di metallari che condividono passioni e gusti simili, in una continuità che, a quanto mi risulta, non esiste per nessun altro tipo di musica di massa”.

Il concetto è che il metal non vive di mode passeggere ma è costante nell’avere un suo pubblico specializzato. Dal ’69 ad oggi, tale musica si è rinnovata nel tempo senza snaturarsi ma arricchendosi con sonorità di altri generi. Non sempre è una musica immediata, nel senso che spesso è anticommerciale (sebbene esista un metal orecchiabile e commerciale).

Scritto da : sky-robertace

MUSICA

Dibattito:
mi sto chiedendo da tempo ormai...cos'è che fa tecnicamente la differenza tra un genere musicale e un altro?
E' la parte compositiva o quella dell'arrangiamento ?
E sono entrambi momenti artistici di valore?

Nessun libro ho trovato a chiarirmi ciò. Le differenze dal punto di vista culturale le so, ma io voglio sapere cosa decide che sia ROCK e cosa che sia JAZZ; perchè la musica medievale è diversa da quella classica sinfonica? Quale elemento compositivo o sonoro tecnico le rende diverse?

Fatemelo sapere, please.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

EVENTI

“AVVISO DI SFRATTO” serata al Rendez Vous (Piazza S. Francesco-TR)

Recensione di Sky Robertace.

Ore 22.00 del 12. febbraio 2010: uno show oltre che concerto; dove si nota come il gruppo meriti ben altri riflettori che quelli di un pub. Sanno suonare bene e sanno tenere il palco, sia dal punto di vista tecnico sia da quello espressivo/interpretativo. La musica rock’n’roll anni ‘50 (cover che vanno da Elvis a Chuck Berry, passando per numerosi altri artisti, compresi quelli italiani) è eseguita con energia. Alcuni componenti della band sono amanti dell’Heavy Metal e lo evidenziano con la grinta che ci mettono. Interessanti alcuni arrangiamenti che rivitalizzano i brani, in particolare per “Americano”, famoso hit di Carosone, che appare così più frizzante grazie a controtempi e passaggi articolati. Da segnalare la voce, sapientemente gestita, di Stefano Firmani (detto Bubba), ex cantante del gruppo ternano Glory Hunter (dilettante band metallara negli anni ‘80) che però attualmente (2009) ha anche prestato la sua abilità al brano “Wasting all” del disco solista di Giulio Rossi (chitarrista dei Synthesis). In tale album sono presenti altri quattro vocalist, ma il migliore è risultato lui. Da segnalare inoltre il bassista del gruppo che è Joe Chirchirillo, un professionista della musica, che appoggia adeguatamente il cantante facendo il corista agevolmente mentre suona. In realtà la loro bravura risulta vocale per tutti, quando lasciano gli strumenti ed effettuano pezzi corali tutti insieme. Nello spettacolo s’insinuano battute ilari e atteggiamenti da showman in cui si strutturano gag che vedono il cantante e il tastierista (James Cartusio) fare da coppia leader. Infine voglio ricordare che è solo nel 2008 che esce un loro lavoro discografico, nonostante i molti anni di attività: vi è presente un solo brano originale, chiaramenete di sonorità anni ’50, intitolato “DOLCE MARYLIN”. Non è un pezzo tirato ma è divertente e c’è anche un video ironico ad accompagnarlo.

scritto da : sky-robertace

MUSICA

IL ROCK DURO

Cosa sono l’Hard Rock ed il Metal?

Intanto ecco le parole di Luca Signorelli su “METALLUS”, libro dell’Heavy metal:
“La carta vincente del metallo, e assieme la sua maledizione più intima, è il proprio essere una musica “primaria”. Tocca corde istintive, emozioni non mediate, primitive. Il metal che non agita queste emozioni, che non va dritto all’impatto non è metal: è qualcos’altro di marginale al genere “.
Questo suo essere una musica non mediata (anzi, la musica meno mediata attualmente in circolazione) ne ha garantito una popolarità che non conosce flessioni dagli anni ’70. Così si sono succedute generazioni di metallari che condividono passioni e gusti simili, in una continuità che, a quanto mi risulta, non esiste per nessun altro tipo di musica di massa”.

Il concetto è che il metal non vive di mode passeggere ma è costante nell’avere un suo pubblico specializzato. Dal ’69 ad oggi, tale musica si è rinnovata nel tempo senza snaturarsi ma arricchendosi con sonorità di altri generi. Non sempre è una musica immediata, nel senso che spesso è anticommerciale (sebbene esista un metal orecchiabile e commerciale).

Scritto da : sky-robertace

MUSICA

Dibattito:
mi sto chiedendo da tempo ormai...cos'è che fa tecnicamente la differenza tra un genere musicale e un altro?
E' la parte compositiva o quella dell'arrangiamento ?
E sono entrambi momenti artistici di valore?

Nessun libro ho trovato a chiarirmi ciò. Le differenze dal punto di vista culturale le so, ma io voglio sapere cosa decide che sia ROCK e cosa che sia JAZZ; perchè la musica medievale è diversa da quella classica sinfonica? Quale elemento compositivo o sonoro tecnico le rende diverse?

Fatemelo sapere, please.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

RIFLESSIONI
Mi sembra particolarmente intrigante tutto ciò che trovo nel blog "Spiritualità e Arte". Immagine o percezione di un alveare. Hai presente quando quello che vedi o leggi porta alla riflessione, a volte cercando di contraddire un’idea (pensiero), altre volte volendo comprenderne il messaggio o la ragione per condividerlo. Tra arte e spiritualità, volendo comprendere l'essenza della nostra esistenza e della sua immagine, a volte non si può senza il senso del pensiero scientifico.
Penso sempre a Leonardo Da Vinci, che pur non essendo uno scienziato, incarna meglio di ogni altro il profondo significato della curiosità umana e della ricerca. Probabilmente in questo consiste il suo incomparabile carisma e per questo diventò il simbolo di quell’intrigante pensiero che, tra la ricerca scientifica e l'arte, cercava la verità. Lui ed Einstein sono figure uniche proprio per aver compreso l'unitarietà dell'azione della ricerca umana, le cui due facce sono i campi che loro hanno rappresentato.
Einstein riteneva che nessuno, meglio dello scienziato, comprende l'infinita armonia dell'Universo, la sua magia e la sua bellezza. Vorrei aggiungere che la bellezza non è semplicemente quello che si vede, ma soprattutto quello che si comprende, che si nasconde nell'essenza della Natura e nei labirinti di quel mondo che da millenni s’identifica nell’Uomo.
Penso che nessun altro scienziato o artista abbia capito questa verità quanto loro due.
Sembra triste riflettere su questi impressionanti e affascinanti aspetti del mistero (inteso come entità dell'Universo). E' triste soprattutto perché ci sentiamo poveri della nostra limitata saggezza.
Strano aver definito il mistero come entità dell’Universo. . . . .
Tale affermazione potrebbe essere contestata e creare dubbi. Io invece, non l'ho scritto casualmente.
In due parole: tra il trascendente e il razionale c'è un limite invalicabile da parte nostra. Proprio quella zona grigia che nasconde gelosamente il primato della Natura, il suo intimo irraggiungibile, diventa il campo di ricerca comune da parte della scienza e dell'arte. In questo senso io definirei, come ho appena fatto, quel mistero affascinante e, a volte sconvolgente, un'entità, se vuoi una proprietà dell'Universo. Un’entità primitiva, fondamentale. A partire da quella entità, mistero infinito della Natura, che affascina grandi personaggi come Einstein e Leonardo, è nata (forse) la spiritualità (umana). Questa è traccia e conseguenza del mistero che per noi rimarrà sempre tale.
Forse chiacchiere le mie. Io invece, ci credo fortemente. A volte la musica stessa, il sorriso di Gioconda, esprimono mistero e spiritualità che spesso non riusciamo a decifrare. Altre volte teorie, come i principi della relatività, e tutto ciò che dalla creatività matematica porta alla comprensione dell'Universo, sorprendono e fanno credere che intorno e oltre la nostra esistenza c'è un mistero impenetrabile, che arte e scienza cercano da millenni di sfiorare.
Spesso varie incomprensioni derivano da una certa asimmetria nelle posizioni dello scienziato e dell'artista davanti al Mistero: il primo è privilegiato poiché spesso oltre la scienza, gode e comprende profondamente anche musica e pittura; l'artista, invece, è limitato nella comprensione della scienza e della sua incredibile bellezza. Una bellezza struggente è la più intrigante, poiché coinvolge la sfera del pensiero e dell'intelligenza umana.
Era solo una mia umile riflessione.
Buon viaggio a "Spiritualità e arte"
Albert Fràsher

Scritto da : alberto frasher

ROBERTO R. ha detto...

Ganzo Roby....hai messo nel blog un brano dei Rhapsody of Fire. Per chi non lo sapesse è un gruppo italiano di Symphonic Metal.

Quello che ha scritto Alberto mi intriga. Adesso non ho tempo, dico, per il momento che l'asimmetria tra scienziato e artista, pur esistendo non allontana le due figure, ma secondo me le avvicina ad una filosofia di fascinazione che tende a rendere attraente la realtà.

Scritto da : sky-robertace

DALL'AUTORE DEL BLOG

Alberto
E' molto bello quello che scrivi e mi è difficile aggiungere le mie osservazioni perchè il tuo pensiero è tanto chiaro e compiuto. Sono d'accordo sull'affermazione che siamo circondati dal mistero. Anche se sembra che l'Universo si regga su equilibri matematici, per noi è impossibile afferrare i legami che percepiamo esistenti, fra le manifestazioni della natura, i colori,la musica, il caldo, il freddo, la luce e il vuoto. Noi, anche se ci sentiamo al centro del creato, siamo una parte di questo meccanismo, e non riusciamo a sottrarci ai vincoli che ci legano alla natura delle cose, per elevarci, eliminare ogni coinvolgimento e comprendere oggettivamente.
Non siamo il centro dell'universo; con o senza di noi tutto procede normalmente; la natura con i suoi cicli, il mondo fisico regolato dalle sue leggi.
Ricordo un racconto, "La panne" di Dürrenmatt, il noto drammaturgo svizzero, nel quale il protagonista viene coinvolto in un processo farsa, allestito da giudici in pensione. E' una metafora del suo fermarsi ad analizzare se stesso. Tutto si concluderà tragicamente con il suicidio del protagonista. Ma l'autore, mentre si svolge questo processo, si sofferma a descriverci una natura che procede indifferente al dramma che si sta consumando.

Anch'io, come te, sono molto affascinato dalla figura di Leonardo, perchè è uomo di scienza ed arte, ovvero sintetizza la conoscenza sia attraverso la logica matematico-razionale , sia quella intuitiva dell'arte, che, per impadronirsi del mistero, salta i processi logici.
Eppure c'è sempre un diaframma fra l'uomo e la Verità.
Mi sembra di aver già detto che la parola con la quale il pensiero greco definisce la verità ha un valore programmatico: la verità è "aletheia", assenza di veli, disvelamento. h Questo lemma ha un valore utopistico perchè le cataratte che separano la nostra vista dall'Assoluto, non possono essere rimosse per i legami che ci costringono nel tunnel del mondo sensibile, circoscritto dal tempo e dallo spazio.

Scritto da : mavacriro

ROBERTO R. ha detto...

RIFLESSIONI

Televisione e Internet

Non mi piace la televisione mentre mi piace navigare su internet.
C’è contraddizione in questo? Credo di no.
Il rapporto con la televisione è un rapporto passivo in quanto noi subiamo dei contenuti, spesso deteriori per cui la televisione diventa una “cattiva maestra”, come dice Karl Popper.
In internet il fruitore ha un rapporto interattivo, può scegliere i contenuti da approfondire o può addirittura proporne dei propri.
Naturalmente si naviga in un oceano di informazioni, pieno di opportunità positive ma anche di insidie, per cui si richiede sempre prudenza e maturità.
Ma le conquiste scientifiche e civili sono per le persone mature…

Roberto R.

Scritto da : rapacro

Sistema mass-media autogestito

La Tv non esprime più la creatività della società, ma penso che sia la tv a trasformare la realtà secondo i suoi canoni. Viviamo in un mondo sempre più surreale dove si dicono e si fanno cose solo basandosi sulla spettacolarità che gli eventi comportano. La giustizia o l’ingiustizia non sono più metro di valutazione, ma sono solo affermazioni opinionistiche che non determinano le azioni. Internet può essere una fuga dal nulla, però torna ad essere il nulla quando l’uomo che vi si immerge cerca solo superficialità (e a questo punto diventa peggio della tv, perché nessuno più ti parla, ma tu parli solo a te stesso).
Naturalmente vi si trovano cose interessanti. Nell’intreccio internet-tv, è curioso che si possa vedere la tv tramite internet, e così esse divengono un sistema unico. Ma con internet io bypasso pubblicità e giornate di attesa, vedendo tutto più continuativamente e senza interruzioni che abbassano la qualità percettiva.
Beppe Grillo ha ragione: se fossimo intelligenti ed esenti da pigrizia…avremmo un’arma in mano nostra.

Scritto da : sky-robertace



Roberto L.
Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

CLASSIFICA ALBUM 2009 DI SKY ROBERTACE
(i commenti più lunghi li faccio solo sui migliori, cioè i primi dieci)

1. ENDGAME Megadeth. Un muro di suono duro e compatto
La band americana è uno dei massimi esponenti del Thrash Metal, ma possiede sonorità di vecchia data essendo un gruppo di artisti che suona dagli anni ’80. Eppure l’energia e la capacità compositiva continuano a mantenere una qualità che solo in alcuni momenti pare già ascoltata. Rispetto a molto dell’attuale cantato Growl, il chitarrista cantante Mustaine, leader del gruppo, si ostina a cantare (e bene). Tanta "cattiveria" e suono di puro metallo.

2. INTO THE LABYRINTH Saxon Metal Rock Blues nudo e crudo
I Saxon esistono dal 1979, ma dopo un periodo di crisi, tornano a concepire un disco ottimo. Suono tagliente come quello dei primordi con una voce sibilante che Biff sa usare con maestria (ormai l’eperienza è tanta). Un solido classico Heavy Metal, fresco ed energico. Tra anima rock’n’roll e potenza epica, questi vecchi inglesi rimangono più bravi degli allievi.

3. POLARIS Stratovarius. Sound fresco e tecnico
Di questo gruppo finlandese io conoscevo solo il quinto album “Episode” del ‘96. Un bel lavoro oscillante tra il Power e il metal Epico. Di colpo salto al 2009 con questo, che invece alterna brani power a brani di carattere progressive. Quello era più intenso e pesante, questo invece risulta più immediato (già al secondo ascolto le melodie sono entrate in testa) nonostante si senta la ricerca (riuscita) di non essere scontati. A volte le canzoni mi sembrano troppo brevi, ma nel complesso vi sono forti momenti interessanti ed emozionanti. Molto bella e pulita la voce.

4.THE DAYS OF GRAYS Sonata Arctica. Album ispirato, di ampio respiro
Ancora una band finlandese, del resto ormai da molto tempo la Scandinavia sforna metallo di lusso. Possiamo dire che il Power dei Sonata è ora più inclinato verso il progressive, molto più degli Stratovarius. Credo che alcuni momenti cali il livello compositivo, ma nei brani migliori si vive una atmosfera particolarmente ispirata. Io avrei usato questo disco per la colonna sonora dil film “AVATAR”.

5.FOREVER FIGHT White Skull. Heavy metal classico e potentemente epico
Il gruppo italiano che alla manifestazione di Terni mi aveva entusiasmato di più, si conferma entusiasmante anche su disco. Classico Heavy Metal con connotazioni Power. Senza sbavature, pieno, epico. Da sole già “Forever Fight”(cattiva, tirata, scatenata), “Heavy metal axes”(super inno che più anni ’80 non si può) e l'ironica “Beer, Cheers”(medievaleggiante, accattivante, allegra e fatta apposta per i metallari la cui bevanda d’eccellenza, si sa, è la birra) ti agganciano e non ti lasciano più…viene voglia di riascoltarle di seguito. Ma ariose, tecniche, ben costruite sono “Escape”; “Spy”; “Attle and Bleda”(ampia e generosa) e “Visions”, senza contare che tutto l’album rimane di alto livello. La voce (la cantante è una pulzella) non è classicheggiante alla Tarja, né suadente come quella degli Evanescence, ma è tipicamente Rock, essenziale; se anche non è perfetta, con l’abitudine all’ascolto perde i difetti e se ne acquista la carica.
E’ un metal fatto per buttarsi nella mischia.

ROBERTO R. ha detto...

6.BLACK CLOUDS & SILVER LININGS Dream Theater. Poca originalità ma tanta classe
Questo album utilizza tutte le musicalità progressive sperimentate in passato da questo gruppo americano, mescolando le sonorità dell’inizio a quelle più oscure del progressive metal espresso successivamente. Non si evidenzia una ulteriore evoluzione…è solo un bell’album. Non ci sono brani monolitici, bensì pezzi dal carattere multiforme che, alla fine, non caratterizzano il lavoro verso una direzione particolare. Un bel disco pieno di virtuosismi, ma chissà perché io mi aspettavo ancora di più.

7. SCORE OF THE NEW BEGINNING Fairyland. Sinfonico e artistico
Un altro album di symphonic metal, stavolta francese. Ennesimo album di tal genere, eppure ancora una volta ci troviamo davanti ad un ottimo album. Ma è la voce principale, più dei ritornelli e della parte strumentale, a fare colpo, con una minore liricità rispetto al cantato di altri gruppi. Questa è però più rock e potenzia di molto i brani, che talvolta sconfinano nel power (come succedeva soprattutto per i Rhapsody). Nel disco vi suonano un sacco di musicisti provenienti da altre band. Il nome della band si ispira ad una serie di romanzi fantasy dello scrittore Pratchett.

8. AUTUMNAL Dark Moor. Lavoro maturo ed energico
Questa volta il Symphonic Metal viene dalla Spagna. I brani sono personali e non un ricopiaticcio che in questo genere è sempre un rischio possibile. Le vocalità sono ben congegnate e non un facile coretto da opera classica come molto spesso avviene in altri gruppi ed è avvenuto anche in loro album passati. Il lavoro parte con una cover di Cajkovskij, “SWAN LAKE” che colpisce per l’abilità con cui è stata potentemente rielaborata, voce e arrangiamento. A volte riproporre cose del genere è stucchevole, non in questo caso dove il gruppo ha fatto suo, il pezzo. Nel disco, al cantante Alfred Romero, si associa la voce della brava Itea Benedicto (una soprano), componente del gruppo symphonic metal “Niobeth”.

9. 9 DEGREES WEST OF THE MOON Vision Divine. Piuttosto originale
Questa band italiana di power metal con rare venature progressive, ha costruito un nuovo capitolo. Dopo i loro due album migliori (“The Perfect Machine” del 2005 e “The 25th hour” del 2007), troviamo un'altra bella prova, assolutamente personale che non è la copia delle precedenti, ma ancora una volta una piacevole sorpresa. Non raggiunge i livelli dei dischi appena citati, ma non torna indietro alle origini anche se vi troviamo il vocalist degli esordi: Fabio Lione (anche Rhapsody of Fire) cantante nei primi due album. Si può dire che i Vision Divine hanno avuto un crescendo nel loro livello espressivo dal primo album fino ad oggi, migliorando anche nella produzione sonora, buon suono conservato ancora in questo sesto album. La band è tecnica, pulita e metallica. L’orecchiabilità non è commercialità, e la personalità è evidente

ROBERTO R. ha detto...

.
10
. SONIC BOOM Kiss. Un ritorno anni ’70 senza cadute di tono
Mi sono sempre chiesto (è stata davvero una domanda ricorrente in me); ma risuonare in quel loro primordiale stile è difficile? Non è più nella loro verve? La risposta è questo disco, simile anche nella grafica della copertina a quegli anni lontani. In effetti l’impressione è una voluta e cosciente ricerca di avere lo stesso stampo degli anni ‘70 (alcuni passaggi e accordi, appena accennati, appaiono proprio copiati), eppure si respira un’aria di freschezza in cui non traspare una sensazione di già sentito in nessuna di queste canzoni. Insomma, la spontaneità forse non c’è stata, ma sembra il contrario. La domanda è: ha senso tornare al passato? In verità si può dire che gli arrangiamenti non sono affatto legati solo al passato, il tutto, a ben ascoltare, è un misto tra vecchio e nuovo, con chitarre che fanno il verso al passato, ma risultando diverse. Pur sentendo il carattere dei tempi d’oro le canzoni sono altre e sanno di nuovo anche sapendo di antico. Esse poi non danno il senso di arrangiamento asciutto che avevano in quegli anni in cui la produzione appariva più asettica nei Kiss da studio, il suono è corposo. E allora? E allora vai con la magia di questi rock’n’rollers americani, trucco facciale compreso.

11. I Chickenfoot. La forza del R’n’R americano

12. ONE OF A KIND Killing Touch (Italy). Una voce da paura e tanta tecnica strumentale

13. WORLD PAINTED BLOOD Slayer. Un attacco portato con stile

14. SHALLOW LIFE Lacuna Coil (Italy). Composizioni studiate con cura

15. VICTIM OF THE PAST Giulio Rossi (ternano). Voci nella media ma grande chitarra

16. SHAKA ROCK Jet. Elettricità e divertimento

17. PLASTIC PILLS FOR HAPPY PASSENGERS Savalas (ternani). Saporiti al punto giusto

18. LIEBE IST FUR ALLE DA Rammstein. Forti ma un pò inquietanti

19. LAST LOOK AT EDEN Europe. Un ascolto piacevole

20. MURDER BY PRIDE Stryper. Rock’n’roll pieno di anima

21. NO LINE IN THE HORIZON U2. Rock di classe per un ritorno di livello

22. WORKING ON A DREAM B.Springsteen. Classico, amabile, ben piantato a terra

23. THE INCIDENT Porcupine Tree. Carino ma troppo semplice

24. WINTER SONGS Halford. Quando il nome non è una garanzia

25 KING OF DREAM Sunstorm. Quando l’esperienza non serve a niente.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

"WISDOM OF THE KINGS" (RHAPSODY OF FIRE) dall'album "Symphony of Enchanted Lands" del 1998.
Il gruppo è italiano (torinese); essi debuttano ufficialmente nel'97 con "Legendary Tales" considerato ancora il loro miglior lavoro nonostante i dischi successivi di alto livello. Partono col nome di RHAPSODY, ma più tardi si scopre un altro gruppo dallo stesso nome, e così viene aggiunto ...OF FIRE. Sono considerati una band di Metal Sinfonico, con punte Epic e Power. Gli arrangiamenti orchestrali si mischiano a sonorità chitarristiche dure e tirate che potenziano il pathos ma non distruggono le melodie. Come in molti dei gruppi metal europei, si percepisce la tradizione classica sinfonica del passato che rende il rock del vecchio continente diverso da quello americano sin dagli anni '70. Ottima la voce di Fabio Lione, successivamente cantante anche dei Vision Divine (presenti a Terni durante il festival "DAyShockinGround Fest" tenutosi per due giorni ai Campacci di Marmore-TR).
Tornando specificatamente al pezzo, "Wisdom Of The King" inizia lentamente con una sonorità medievaleggiante, ma poi la chitarra di Turilli, accompagnata da una batteria vivace, si esibisce in assoli molto allegri che sembrano quasi ricordare canzoni antiche di stile napoletano.
La saga si è arricchita di un secondo capitolo ("Symphony of Enchanted Lands II") nel 2004, che però non raggiunge gli apici del primo.
Sta per uscire quest'anno un altro album: "The frozen tears of angels" (ben 4 anni dopo l'ultimo del 2006).

Roberto L.

Scritto da : skyrobertace

MOSTRE

Il potere e la grazia – i Santi patroni d’Europa” - Roma.

Parlando di arte e spiritualità non può mancare in questa sede un riferimento alla mostra “Il potere e la grazia – i Santi patroni d’Europa” da poco conclusasi a Roma.
Sempre l’opera d’arte è manifestazione di qualcosa che va oltre l’umano, indipendentemente dal soggetto rappresentato. In questa mostra i soggetti stessi sono emblemi della religiosità occidentale: santi, martiri, angeli, luoghi sacri, opere, quindi, in cui la grandezza degli artisti si sposa con quella dei loro “modelli”, consentendo così al pubblico di poter godere di capolavori come l’Immacolata Concezione di Murillo, il San Michele di Guido Reni, i San Giovanni Battista di Tiziano, Andrea del Sarto e Leonardo (interessante vedere come ognuno di loro ha immaginato il santo secondo la propria personalità: sanguigno e virile il primo, dolce e amorevole il secondo, ambiguo e misterioso il terzo).
Immagini che suggeriscono il potere, anche temporale, di regnanti assurti al rango di santi come San Luigi dei Francesi e Sant’Olaf di Norvegia, e la grazia, espressa non soltanto dalle splendide figure femminili come Santa Elisabetta d’Ungheria, la cui regalità traspare da tutta la persona nonostante la semplicità degli abiti , ma anche, ad esempio, da un San Nicola in punta di piedi accanto al muro della casa per la quale compie un miracolo.
La ricchezza di particolari, sia nell’abbigliamento che nell’ambientazione, dà inoltre a molte di queste opere anche un valore di documento storico per quanto riguarda gli usi e i costumi medievali e rinascimentali dei vari Paesi europei, quasi delle “istantanee” di scene di vita e di volti di personaggi del calibro di Tommaso Moro.

Letizia R.
Scritto da : sablon2004

ROBERTO R. ha detto...

“Sleep away” di Bob Acri, uno dei più talentuosi e versatili pianisti jazz.

Nella sua carriera Bob Acri ha suonato con grandi “band” (come quelle di Buddy Rich, Henry James, Woody Hermann) o ha accompagnato grandi “vocalist” come Barbara Streisand, Ella Fitzgerald, Lena Horne, Mike Douglas, etc.; le sue capacità tecniche gli consentono di cimentarsi nei vari generi musicali.

Il brano “easy listening” “Sleep Away” è stato incluso da Microsoft in Windows 7.
Roberto R.
Scritto da : rapacro

l'Easy Listening (sarà la parola "Easy" a infastidirmi?); questa è la musica che si ascolta nei film quando la gente "bene" sta al bar. Ad ogni modo posso anche avere momenti in cui guardare con piacere il musicista al piano, che esegue questo tipo di brano. Ma non l'entusiasmo che al pianoforte mi danno altre tipologie compositive. Non sono un grande amante di jazz (il jazz che fa per me lo scovo di tanto in tanto) e credo che lo si sia capito già.

Scritto da : sky-robertace

BLOG

Spiritualità e Arte

L'arte è una manifestazione dello spirito; anche nei casi in cui si esprime attraverso una spinta corporeità (ad esempio, nell'Action Painting,nel Dripping, nella Body-art, o in Performances varie etc.) l'arte resta un precipitato dello spirito.
Lo spirito naturalmente ha sempre bisogno della materialità per esprimersi; quindi l'arte è anche un manifestazione dell'Homo Faber, ovvero dell'innato senso di creatività dell'uomo, spesso frustrato nella civiltà moderna dalla tecnologia che nel lavoro e nella vita quotidiana surroga ogni iniziativa materiale .
Pertanto l'artista, attraverso il suo fare materiale, si riappropria di questa esigenza di creatività oggettiva.
Il Blog considera distintamente queste due realtà che sono indipendenti, pur essendo in parte l'una (l'arte) il precipitato dall'altra (lo spirito), per approdare alle loro interazioni.
Il Blog è articolato in più sezioni nelle quali in ogni momento possono essere scritti commenti o riflessioni sul tema della sezione stessa.
In particolare, nella terza sezione vi è uno spazio "libero" per qualsiasi riflessione sul tema del Blog.
Nel Blog non è privilegiato nessun genere artistico sull'altro: pertanto sono gradite riflessioni o recensioni su musica, cinema, letteratura, arti figurative e qualsiasi altro atto o fatto artistico (o spirituale).
I commenti potranno essere espressi, oltre che in italiano, in inglese, francese, spagnolo, tedesco e arabo; provvederò alla traduzione in italiano. Eventali mie osservazioni o repliche saranno in italiano e inglese.

Roberto R.

Scritto da : rapacro

ROBERTO R. ha detto...

Domenica siamo stati a Perugia e abbiamo visitato il Museo di Palazzo della Penna che si articola in tre sezioni, la prima dedicata al grande pittore futurista Gerardo Dottori con opere che vanno dal primo Novecento agli anni '60, la seconda che comprende la Collezione Martinelli di arte varia, soprattutto del Barocco romano tra cui Bernini e Algardi, e la terza (nei sotterranei) che ospita 6 lavagne che Joseph Beuys realizzò a Perugia la sera del 3 aprile 1980 durante un incontro con Albero Burri alla Rocca Paolina. In queste lavagne Beuys illustra per immagini, parole e segni, le principali linee della sua estetica sociale. Più che le opere in sé ci hanno colpito le idee di questo artista sul rapporto tra l'arte, la natura, la società nei suoi vari aspetti. Queste idee le abbiamo trovate efficacemente riassunte nella breve presentazione offerta dal depliant del Museo, che ora trascriviamo : "L'ideologia di Joseph Beuys ha come presupposto che il concetto di arte si deve ampliare in senso socio-antropologico e che l'economia e la politica devono essere valutate con il metro dello spirito. L'artista ritiene che l'arte sia lo strumento più idoneo per raggiungere la solidarietà tra gli uomini, sostituire l'istinto della concorrenza e proteggere la vita anzichè distruggerla. Per arrivare a ciò è necessario il recupero armonico della natura, del mondo vegetale e animale e della civilizzazione umana, riproponendo quella condizione delineata nella Città del Sole del filosofo Domenico Campanella nella quale gli ordinamenti e le istituzioni non sono il frutto di consuetudini ereditate dalla tradizione, ma l'espressione della ragione naturale dell'uomo.......Il traguardo dell'opera non è la sua forma, bensì la liberazione dell'uomo e della sua creatività, la conoscenza e il dialogo con gli altri: l'arte è solo ciò che resta di queste complesse dinamiche.... Fonte inesauribile di energia vitale è il rapporto tra l'uomo e la natura, l'unico in grado di sostenere un dialogo universale, di annullare la dimensione del tempo, di abbattere le categorie della logica e di far entrare la creazione artistica nel regno del mito."
Alvaro e Clara
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Scritto da : Alvaro e Clara

DALL'AUTORE DEL BLOG

Alvaro e Clara

Grazie per la ricca e completa recensione, piena di spunti per eventuali approfondimenti.
In particolare, è molto interessante quello che scrivete su Beus, più filosofo che artista, come peraltro tutte le espressioni dell'arte concettuale e minimalista.


Scritto da : rapacro

“Hymn to freedom”, scritto ed eseguito da Oscar Peterson, in onore del Movimento per i Diritti Civili.
Oscar Peterson è nato a Montreal il 15 agosto 1925 ed è morto a Mississauga il 23 dicembre 2007; è stato un pianista canadese di musica jazz, straordinario e virtuoso; tra i pianisti jazz è tra i più prolifici della storia della musica afroamericana.
Di derivazione blues, il suo stile è stato paragonato a quello del suo predecessore Art Tatum La sua sterminata discografia lo vede al fianco dei più grandi monumenti della storia del jazz.
E' noto anche per la smisurata produzione artistica con vari "trio", che ha condotto nel corso degli anni; Peterson ha fatto anche da spalla a grandi del jazz come Ella Fitzgerald, Dizzy Gillespie e Billie Holiday. Il suo stile ha influenzato generazioni di jazzisti. Il suo decollo sulla scena mondiale avvenne con una celebre esibizione nel 1949 a Carnegie Hall, a New York.
Oscar Peterson si è spento il 23 dicembre 2007, a causa di un' insufficienza renale.

Roberto R.


Scritto da : rapacro

ROBERTO R. ha detto...

MASSIMO FORZANI
Conosco da molto tempo le opere di Massimo Forzani e mi sembra che abbiano attualmente raggiunto una importante maturazione.
Nel tempo le superfici caratterizzate da un raffinato e tridimensionale cromatismo si sono arricchite di segni isolati. Questi segni, differenti l'uno dall'altro, che incidono sulla superficie sottostante, mi sembrano ben raffigurare l'evoluzione che il linguaggio ha avuto negli ultimi anni.
In proposito mi vengono in mente le opere di Capogrossi.
In Capogrossi i segni sono una sequenza ordinata, felicemente espressa talvolta da un vivo cromatismo, ritmica e continua, metafora di un linguaggio che adempie pienamente al suo destino, cioè alla funzione di favorire una chiara e non equivoca comunicazione fra gli individui.
Nelle opere di Forzani diversamente il segno è isolato, dilaniato, difforme in maniera sofferta, ambiguo, e quindi correlato di un linguaggio che è diventato soliloquio, manifestazione di una disperazione asciutta, precipitato di una solitudine che ci rende sempre più "monadi isolate".
Ma il segno è immerso in un tridimensionale magma cromatico: è il mistero che ci circonda, e che non riusciamo più a decodificare.
Si contrappone alla superficie sottostante, espressione della ancestrale serenità di un ordine superiore, il segno, simbolo del tentativo mal riuscito dell'uomo, di rendere comprensibili, decodificare e quindi padroneggiare il linguaggio dell'universo.
Si realizza così sulla superficie da un punto di vista tecnico-formale un difficile equilibrio fra le due componenti, l'inquietante sereno procedere dell'universo, indifferente all'uomo, e l'illusione dell'uomo stesso di conoscere il mistero, comunicandolo attraverso un linguaggio che si ripiega su se stesso.
Roberto R.

ROBERTO R. ha detto...

CINEMA

WOLFMAN film diretto da Joe Johnston (2010)

Rifacimento de “L'uomo lupo” del 1941, il film è ambientato in Inghilterra all’epoca vittoriana.
Nel 2007, Mark Romanek fu individuato e scelto come regista del film.
Ma nel 2008 egli abbandonò la regia a seguito di alcuni scontri avuti con il resto del cast.
Il mese seguente al suo abbandono, fu confermato Johnston come suo sostituto.
Il personaggio principale è Talbot, figlio di un nobile, di ritorno dagli Stati Uniti.. Entrambi diventano licantropi. Ma alla loro morte il poliziotto che li caccia, Aberdine, viene “infettato” da un morso, e lo spettatore sa che il suo futuro è segnato. Anche l’amore entra in gioco e questo però non evita a Talbot di morire (è la ragazza innamorata a porre fine alla sua vita, in una specie di eutanasia).
Credo di non aver mai visto il film originale, per cui non mi sono goduto le possibili modifiche. Forse perché il racconto non è nuovo, mi è parso che l’atmosfera non fosse speciale. Certo le storie oscure hanno il loro fascino, e la fotografia, compresi gli effetti speciali, è di buona qualità. Il finale piuttosto scontato chiude lasciando insoddisfatte le mie aspettative. Troppo veloci alcuni passaggi o evoluzioni della storia, che determinano un raffreddamento del pathos globale.
Dal punto di vista culturale interessante la solita fama degli zingari “pericolosi” che molto velocemente viene confutata dagli eventi che li vedono come vittima del lupo mannaro (e come testimoni ci sono proprio gli uomini razzisti del villaggio che li accusavano).
Mio figlio si è divertito più di me.


SKY Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

Commento al brano della settimana II (Hymn to freedom)

Brano che mi ricorda qualcos'altro. Comunque un jazz/blues che mi ha dato particolare piacere, soprattutto nella seconda metà, più intensa e fluente. la melodia rimane centrale, e le variazioni virtuose che l'accompagnano non la coprono.

Sky Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

Commento alla recensione di Alvaro e Clara (mostra a PG)

Depliant del Museo:
"L'ideologia di Joseph Beuys...
...l'economia e la politica devono essere valutate con il metro dello spirito".
Spirito di contesa, spirito di contraddizione..o lo spirito del bene?
L'artista ritiene che l'arte sia lo strumento più idoneo per raggiungere la solidarietà tra gli uomini, sostituire l'istinto della concorrenza e proteggere la vita anzichè distruggerla".
L'arte sa prendere le parti del male e non lo fa con meno creatività e forza innovativa...
Il rapporto tra la natura e l'uomo è così profonda e affascinante, e racconta molto di ciò che si è.
"Gli ordinamenti e le istituzioni non sono il frutto di consuetudini ereditate dalla tradizione, ma l'espressione della ragione naturale dell'uomo..."
La ragione è dono naturale, non può necessariamente essere in contrapposizione alla natura; la natura ha una sua logica.
"Fonte inesauribile di energia vitale è il rapporto tra l'uomo e la natura, l'unico in grado di sostenere un dialogo universale, di annullare la dimensione del tempo, di abbattere le categorie della logica..."
Il rapporto tra la natura e l'uomo è così profonda e affascinante, e racconta molto di ciò che si è.
Ciò che avete trascritto riguardo al depliant museale mi è piaciuto ma fa venire in mente molte cose lette e molte più domande di quelle a cui è possibile rispondere.

SKY Roberto L.

ROBERTO R. ha detto...

CINEMA

WOLFMAN film diretto da Joe Johnston (2010)

Rifacimento de “L'uomo lupo” del 1941, il film è ambientato in Inghilterra all’epoca vittoriana.
Nel 2007, Mark Romanek fu individuato e scelto come regista del film.
Ma nel 2008 egli abbandonò la regia a seguito di alcuni scontri avuti con il resto del cast.
Il mese seguente al suo abbandono, fu confermato Johnston come suo sostituto.
Il personaggio principale è Talbot, figlio di un nobile, di ritorno dagli Stati Uniti.. Entrambi diventano licantropi. Ma alla loro morte il poliziotto che li caccia, Aberdine, viene “infettato” da un morso, e lo spettatore sa che il suo futuro è segnato. Anche l’amore entra in gioco e questo però non evita a Talbot di morire (è la ragazza innamorata a porre fine alla sua vita, in una specie di eutanasia).
Credo di non aver mai visto il film originale, per cui non mi sono goduto le possibili modifiche. Forse perché il racconto non è nuovo, mi è parso che l’atmosfera non fosse speciale. Certo le storie oscure hanno il loro fascino, e la fotografia, compresi gli effetti speciali, è di buona qualità. Il finale piuttosto scontato chiude lasciando insoddisfatte le mie aspettative. Troppo veloci alcuni passaggi o evoluzioni della storia, che determinano un raffreddamento del pathos globale.
Dal punto di vista culturale interessante la solita fama degli zingari “pericolosi” che molto velocemente viene confutata dagli eventi che li vedono come vittima del lupo mannaro (e come testimoni ci sono proprio gli uomini razzisti del villaggio che li accusavano).
Mio figlio si è divertito più di me.


SKY Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

Commento al brano della settimana II (Hymn to freedom)

Brano che mi ricorda qualcos'altro. Comunque un jazz/blues che mi ha dato particolare piacere, soprattutto nella seconda metà, più intensa e fluente. la melodia rimane centrale, e le variazioni virtuose che l'accompagnano non la coprono.

Sky Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

Commento alla recensione di Alvaro e Clara (mostra a PG)

Depliant del Museo:
"L'ideologia di Joseph Beuys...
...l'economia e la politica devono essere valutate con il metro dello spirito".
Spirito di contesa, spirito di contraddizione..o lo spirito del bene?
L'artista ritiene che l'arte sia lo strumento più idoneo per raggiungere la solidarietà tra gli uomini, sostituire l'istinto della concorrenza e proteggere la vita anzichè distruggerla".
L'arte sa prendere le parti del male e non lo fa con meno creatività e forza innovativa...
Il rapporto tra la natura e l'uomo è così profonda e affascinante, e racconta molto di ciò che si è.
"Gli ordinamenti e le istituzioni non sono il frutto di consuetudini ereditate dalla tradizione, ma l'espressione della ragione naturale dell'uomo..."
La ragione è dono naturale, non può necessariamente essere in contrapposizione alla natura; la natura ha una sua logica.
"Fonte inesauribile di energia vitale è il rapporto tra l'uomo e la natura, l'unico in grado di sostenere un dialogo universale, di annullare la dimensione del tempo, di abbattere le categorie della logica..."
Il rapporto tra la natura e l'uomo è così profonda e affascinante, e racconta molto di ciò che si è.
Ciò che avete trascritto riguardo al depliant museale mi è piaciuto ma fa venire in mente molte cose lette e molte più domande di quelle a cui è possibile rispondere.

SKY Roberto L.

ROBERTO R. ha detto...

LIBRI

"Bianca come il latte, rossa come il sangue" di Alessandro D'Avenia.

La vicenda è raccontata direttamente da Leo, un adolescente protagonista del libro. Questo rende il romanzo molto coinvolgente. Il linguaggio di Leo, che pertanto è quello del libro, è felicemente sincero, immediato, ricco nella sua essenzialità, talvolta ”bullesco”; ma l'intensità dei contenuti varia in maniera esponenziale con l'evolversi delle vicende umane di Leo, che dalla spensieratezza adolescenziale, si trova proiettato per la prima volta di fronte alla sofferenza, al dolore, alla problematicità della vita, ai dubbi di fede.

E' interessante il rapporto dialettico con i genitori. Leo è convinto di non poter essere compreso, i genitori, superando le barriere generazionali che cambiano l'aspetto dei problemi, ma non la sostanza, cercano di capire. La famiglia è un porto sicuro se gli individui che la compongono hanno le doti della sensibilità, della comprensione e dell'intelligenza, virtù che sono le basi dell'amore.

Il libro è il precipitato di una grande sensibilità, decantata dalle capacità letterarie dell'Autore, che affronta temi profondi in maniera mai stucchevole, con uno stile essenziale ed asciutto, senza enfatizzazioni; quello che nella vita è straordinario appare sotto le vesti della normalità.

Roberto R.

Scritto da : rapacro
CINEMA

"Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders.

Ho rivisto qualche sera fa, il film di Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” (1987), uno dei miei preferiti. Ogni volta lo trovo molto lirico, mi affascina quel freddo e apparente distacco dalle cose umane degli angeli, che paradossalmente avvertono i limiti dell'immortalità. Damiel, l'angelo protagonista, infatuato di Marion, una tenera e solitaria trapezista, rinuncia all'immortalità e si immerge nella vita, per condividere l'esistenza con lei nella finitezza; per la prima volta vede i colori, annusa l’aria, gusta il cibo, vive la contraddittorietà delle cose. Alla fine dirà, «io ora so ciò che nessun angelo sa».
Wim Wenders, nato a Dusserldorf il 14 agosto 1945.

Roberto R.

Scritto da : rapacro

ROBERTO R. ha detto...

LIBRI

LA VOCE DEL FUOCO di Alan Moore (1996)

Si tratta di brevi novelle, incentrate tutte sulla città di Northampton (Inghilterra).
Iniziando dalla preistoria fino al 1995, si incontrano personaggi semplici, ma anche le figure più importanti non appaiono come grandi personalità. In realtà anche Northampton non assurge a luogo importante, è anche descritta solo di sfuggita, mai messa a fuoco. Non sembra nemmeno tanto necessario pensare che gli eventi avvengano tutti lì; sebbene alcuni elementi farebbero pensare il contrario, il lettore ne rimane deluso perché non ci sono fila da tirare.
A ben vedere il libro non possiede una storia effettiva, legata ad un dipanarsi logico, in verità risulta avere un carattere surreale. E’ un lavoro particolare che non può piacere a tutti. Pur essendomi piaciuto, mi lascia estraneo, e dubbioso su ciò che davvero ho vissuto scorrendolo pagina dopo pagina.
Vi sono presenti morti, teste mozzate che parlano, riti con sacrifici che da umani, diventano sacrifici di animali e poi feste con fuochi d’artificio. Si nominano le crociate, e si intravedono streghe; c’è l’Impero Romano e un diabolico buco sotterraneo. Ma sono apparizioni mai veramente approfondite e sensazioni mai veramente afferrate. E allora sta in questo il fatto artistico, nella sua atmosfera sfuggente. Talvolta l’oggetto fuoco esiste ma non sembra il filo conduttore, anzi, le cose narrate mi hanno fatto scordare che la parola “fuoco” stava nel titolo. Strana opera.

Moore (nato nel ’53) è autore di fumetti; romanzi; musica; opere teatrali (in cui mescola recitazione e musica). Ha creato “V for Vendetta” e altre storie da cui sono stati tratti film, che pare lui non abbia mai riconosciuto. Io ho letto questo libro senza sapere nulla di lui, e solo dopo ho cercato sue note biografiche…adesso mi pare di capire meglio perché una scrittura di tal fatta.

Proprio l’ultimo capitolo pone il libro nell’ottica voluta da Moore. Parla in prima persona l’autore con uno scrivere duro. Egli è nato proprio a Northampton, e con questo suo lavoro si capisce che ha voluto esprimere l’anima della sua città. E’ in questa ultima parte intitolata “L’uscita antiferno di Phipps” che lui veramente prova a descriverla:
“Tenebre nascoste dietro tendine di Tulle: Follia. Violenza. Sono queste le tinte predominanti della tela di Northampton. E’ innegabile che vi si nasconda anche (altro), ma quello che cattura davvero l’attenzione è il sangue. Perché proprio qui da noi? E’ successo forse qualcosa nel passato preistorico di questo paese, un episodio primigenio ormai dimenticato, un modello che tutti gli altri eventi hanno poi seguito?”
E ancora: “…ondate di violenza improvvisa, marea della mente inconscia di Northampton, a cui basta solo una minima provocazione per sbocciare in sanguinosa realtà, sono forze sepolte che scorrono sotto la superficie, sotto il lastricato del pensiero conscio e razionale”.

Non è un libro da tenere, e forse neanche da leggere. Io sono contento d’averlo letto. In parte mi ha affascinato, in parte non mi ha soddisfatto. Non è qualcosa che possa piacere a tutti. Non so neanche se sia piaciuto a me.

SKY Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

“DUST IN THE WIND” dei Kansas (dall’album “Point of know return” – 1977)

Il nome del gruppo deriva dal fatto che i componenti originari venivano tutti da Topeka (città del Kansas appunto; Stati Uniti). La band ha all’attivo 14 album da studio nel periodo che va dal 1974 al 2000. Sono considerati una band Hard Rock con influenze folk, la cui elaborata atmosfera li porta spesso ad essere più complessi e quindi Progressive o Art-rock (tale espressione si riferisce al tentativo di superare il pop andando verso forme musicali ambiziose, con una ideale profondità filosofica e tecniche tipiche della classico-sinfonica, del jazz o della musica d'avanguardia; spesso vengono usati vari strumenti come archi e ottoni nel tentativo di allontanarsi dal rock classico).

Interessante l’evoluzione dei testi che dal 1980 sono legati al fatto che Kerry Livgren (chitarrista e tastierista) si converte al cristianesimo. Non mancano brani più facili che li fanno stare anche nella sonorità AoR (l’acronimo nasce dal termine “Adult Oriented Rock” che indicava un format radiofonico, il quale trasmetteva la musica Hard Rock più leggera e orecchiabile). La loro musica fino al ’79 (con “Monolith”) è strettamente legato al sound americano degli anni ’70, e la loro orecchiabilità non diventa mai sfacciata commerciabilità; lunghi brani possiedono assoli elaborati e numerosi passaggi d’atmosfera.

“DUST IN THE WIND” è forse il loro più famoso brano. Breve canzone molto elegante e dolce, risulta soave sia per la chitarra acustica, sia per le voci (solista e corale) che per l’assolo di violino. Si sente una ispirazione country espressa fuori dagli schemi della musica tradizionale folk ed elaborata in direzione della musica classica.
Il testo sembra malinconico, ma in associazione alla melodia assume invece un carattere contemplativo:
Chiudo gli occhi
solo per un attimo
e l'attimo è andato.
Tutti i miei sogni
Passano attraverso i miei occhi;
polvere nel vento
tutto ciò che sono è polvere nel vento

La stessa vecchia canzone
solo una goccia d'acqua
in un mare infinito.
Facciamo tutti
briciole per terra
anche se ci rifiutiamo di vedere;
polvere nel vento
tutto ciò che siamo è polvere nel vento

Ora, smettila
niente dura per sempre
tranne la terra e il cielo.
Tutto scivola via
e tutti i tuoi soldi
non compreranno un altro minuto

Polvere nel vento
tutti siamo polvere nel vento
polvere nel vento
tutto è polvere nel vento"

Roberto L.

Scritto da : Sky-Robertace

ROBERTO R. ha detto...

CINEMA

“CODICE GENESI - The book of Eli” film dei fratelli Hughes (2010)

Denzel Washington è Eli, il viaggiatore che trasporta qualcosa di prezioso verso ovest (siamo negli USA come sempre avviene in questi film apocalittici).
E’ un susseguirsi di attacchi e uccisioni; la guerra ha devastato il mondo e lo ha lasciato in balia del caos (sai la novità!). Tutto è polveroso e sporco….il film appare poco originale; tra il fumettistico e il videogioco, la trama è semplice e lineare: il “buono” ha qualcosa che vuole il “cattivo”. Si fugge e si rincorre in uno schema già visto, e, guarda caso, il buono è anche un gran combattente che riesce sempre a sopravvivere.
In realtà Eli è un timorato di Dio, e il suo compito è intriso di sacralità, ha una missione ricevuta da una “Voce”. Non può essere fermato, per questo sembra imbattibile. Egli muore solo al termine del cammino, ma ormai ha portato ciò che doveva essere portato: Il Libro.

Nonostante il basso livello artistico, il film (ottima comunque la fotografia) mi è piaciuto poiché mi attraggono queste atmosfere di fine del mondo; mi piace l’eroe solitario; mi piace il Sacro. E comunque la Bibbia come libro prezioso da salvare è un concetto interessante. In particolare la doppia visione del valore della “parola divina”: da un lato la visione laica, quella che intravede nella costruzione biblica un’arma per convincere e sottomettere le masse, parole efficaci per entrare nella psiche umana (la cosiddetta religione come “oppio dei popoli” o “causa di conflitti”); dall’altro la visione della fede, che percepisce il valore salvifico di un testo che parla di amore e misericordia, necessari per costruire un mondo sano. Questo è il significato del film in questione, ed aggiungo che, seppur sviluppato in modo superficiale, è un ottimo spunto di riflessione. Alla fine il personaggio, che è una specie di profeta, fa pendere la bilancia a favore del “valore positivo” del Libro.
L’attore Denzel rimane uno dei miei preferiti, e anche qui viene fuori il suo carisma.

Sky Roberto L.

ROBERTO R. ha detto...

CINEMA

“CODICE GENESI - The book of Eli” film dei fratelli Hughes (2010)

Denzel Washington è Eli, il viaggiatore che trasporta qualcosa di prezioso verso ovest (siamo negli USA come sempre avviene in questi film apocalittici).
E’ un susseguirsi di attacchi e uccisioni; la guerra ha devastato il mondo e lo ha lasciato in balia del caos (sai la novità!). Tutto è polveroso e sporco….il film appare poco originale; tra il fumettistico e il videogioco, la trama è semplice e lineare: il “buono” ha qualcosa che vuole il “cattivo”. Si fugge e si rincorre in uno schema già visto, e, guarda caso, il buono è anche un gran combattente che riesce sempre a sopravvivere.
In realtà Eli è un timorato di Dio, e il suo compito è intriso di sacralità, ha una missione ricevuta da una “Voce”. Non può essere fermato, per questo sembra imbattibile. Egli muore solo al termine del cammino, ma ormai ha portato ciò che doveva essere portato: Il Libro.

Nonostante il basso livello artistico, il film (ottima comunque la fotografia) mi è piaciuto poiché mi attraggono queste atmosfere di fine del mondo; mi piace l’eroe solitario; mi piace il Sacro. E comunque la Bibbia come libro prezioso da salvare è un concetto interessante. In particolare la doppia visione del valore della “parola divina”: da un lato la visione laica, quella che intravede nella costruzione biblica un’arma per convincere e sottomettere le masse, parole efficaci per entrare nella psiche umana (la cosiddetta religione come “oppio dei popoli” o “causa di conflitti”); dall’altro la visione della fede, che percepisce il valore salvifico di un testo che parla di amore e misericordia, necessari per costruire un mondo sano. Questo è il significato del film in questione, ed aggiungo che, seppur sviluppato in modo superficiale, è un ottimo spunto di riflessione. Alla fine il personaggio, che è una specie di profeta, fa pendere la bilancia a favore del “valore positivo” del Libro.
L’attore Denzel rimane uno dei miei preferiti, e anche qui viene fuori il suo carisma.

Sky Roberto L.

ROBERTO R. ha detto...

BLOG

Nonno baffo racconta (http://baffoduepuntozero.blogspot.com/ )


Ho preso come modello per la costruzione del mio Blog "Nonno baffo racconta".
Ma non è per un debito di riconoscenza che qui lo recensisco.
Il Blog mi sembra che abbia molto a che fare con la spiritualità, sebbene in maniera discreta.
Infatti il Blog, meglio sarebbe chiamarlo Web-Log ovvero diario on-line, ha un'impronta autobiografica in quanto l'autore ci partecipa le sue quotidiane vicende: eppure ogni momento, anche il più banale, se ispirato dalla fede (non necessariamente cattolica). permeato di contenuti etici e animato da virtù umane, diviene un ordinario momento di straordinaria spirtualità.
In proposito mi viene alla mente uno dei messaggi del Concilio Vaticano II, ovvero la vocazione alla santità dei laici.
La Santità, cioè lo stato di Grazia, non è appannaggio dei soli "religiosi", al riparo dalle tentazioni e dalle lusinghe della mondanità, ma riguarda anche i laici nella loro posizione sociale; la conquista della Santità è il risultato di una battaglia a cui nessuno può sottrarsi.
Roberto R.

ROBERTO R. ha detto...

Il brano è tratto dal Magnificat in re maggiore (BWV 243), una delle più importanti opere vocali di J. S. Bach. Si tratta di una “cantata” sacra composta per orchestra e coro a cinque voci e cinque solisti. Il testo è il cantico, contenuto nel primo capitolo del Vangelo, con il quale Maria loda e ringrazia Dio perché ha liberato il suo popolo. La cantata è divisa in dodici parti che possono essere raggruppate in tre movimenti, ognuno inizia con un'aria ed è completato dal coro. L'esecuzione integrale del Magnificat, nella versione del 1733, dura circa trenta minuti.
In paricolare, il brano in esecuzione è l'aria : "Et exsultavit spiritus meus”.
« et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo. »
(ed il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore).

Questo movimento è scritto per soprano solista, accompagnato solo da archi e basso continuo. Si tratta di un'aria leggera in tempo 3/8. L'uso frequente di note puntate (il punto di valore è un segno usato per modificare la durata di una singola nota) e biscrome trasmette all'ascoltatore un sentimento di gioia. A metà dell'aria c'è una sezione in tonalità minore formata da 41 note eseguite sulla parola salutari.
Il coro recita:
« Vom Himmel hoch, da komm ich her. Ich bring' euch gute neue Mähr, der guten Mähr bring' ich so viel, davon ich singn und sagen will».
(Dall'alto cielo, da lì vengo io. Porto a voi una buona novella, questa buon novella voglio cantarla e narrarla spesso).

Il Magnificat è un cantico contenuto nel primo capitolo del Vangelo secondo Luca con il quale Maria loda e ringrazia Dio perché si è benignamente degnato di liberare il suo popolo. Per questo è conosciuto anche come cantico di Maria.
Il suo nome deriva dalla prima parola della traduzione latina Magnificat anima mea Dominum.

Com'è noto, Johann Sebastian Bach, è stato un compositore, organista, clavicembalista e maestro di coro del periodo barocco, di fede luterana, universalmente considerato uno dei più grandi geni nella storia della musica. Le sue opere sono notevoli per profondità intellettuale, padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi e bellezza artistica.

Roberto R.

Scritto da : mavacriro

MUSICA

Commento brano della settimana III

“Magnificat” in re maggiore di BACH

La classica cattura la mia emotività molto più del Jazz, e lo fa solleticando il mio spirito metallico. Non vedo tanta differenza tra il carattere del rock duro e quello della classica (naturalmente è diversa tecnicamente…sebbene certo metal non se ne discosti molto per le linee melodiche), il carattere è appunto piuttosto lirico ed epico. Questo avviene soprattutto per il Symphonic Metal, ma non solo. Questa comunione si evidenzia anche nei brani soft che sia nella classica che nell’Heavy Metal (e pure nel progressive rock, tanto è vero che i miei compagni di scuola ascoltando Yes o Genesis che proponevo loro, dicevano: “…ma che è sta musica da chiesa?”) esaltano le corde più profonde dello spirito utilizzando complessità compositiva.

Questo Magnificat è lineare nella sua melodia ma non semplicisticamente facile, e la dolcezza del pezzo mi trasmette pace. Non mi appare come musica sacra, ma la percepisco stranamente come allegria profana, legata alla natura (ma tanto la natura l’ha creata Dio), potrebbe parlar d’altro e non del divino.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

Anonimo ha detto...

Spiritualità "debole" e spiritualità cristiana
Trascrivo uno scritto di Enzo Bianchi (monastero di Bose):
"Che connotati assume nel nostro mondo occidentale di antica matrice cristiana il “ritorno” della spiritualità, che da più parti si intravede? E cosa può significare questo in una società per altro verso sempre più secolarizzata, in cui sembra prevalere l’affermazione di appartenenza esteriore a una determinata tradizione religiosa – in particolare quella cristiana – svincolata dall’intima adesione a quella credenza e dalla coerenza dei comportamenti? “Fedeli” sempre più infedeli. Alcuni filoni mi paiono emergere quali catalizzatori del riemergere della spiritualità. Innanzitutto il diffondersi di religiosità a struttura psicologica materna, fusionale, emozionale in cui la soggettività dell’individuo assurge a finalità: si ha allora un Dio depersonalizzato che finisce per dilatarsi e diluirsi in un oceano di emotività che tutto comprende, un sincretismo che minimizza o annulla le differenze creando una sorta di “vulgata” religiosa buona per tutti. Questo fenomeno, sovente definito “religions à la carte”, è ormai da tutti riconosciuto.
Ma assistiamo anche, specularmente, alla deriva settaria che, attraverso un forte coinvolgimento personale, un’intensità emotiva e una rigida chiusura intra-comunitaria, fornisce identità certa ai disorientati da questo indifferentismo religioso: è una deriva che conosce non solo la tipica dimensione della cerchia dei “puri e duri”, spesso tradizionalisti in cerca di un tesoro perduto, ma anche quella, più attraente e rassicurante, di comunità a dimensione internazionale in cui si privilegiano temi e comportamenti religiosi emotivi che evadono dalla storia ma assecondano l’attuale individualismo e la dimensione terapeutica della persona: è la via della “spiritualità debole”, alimentata da tematiche come la cura di sé e della propria armonia interiore, la ricerca di sicurezza e gioia, il rappacificante abbandonarsi ai sentieri dell’emozione. È tornata la religione – potremmo sintetizzare – il senso del sacro, ma Dio no! Né tanto meno la fede cristiana vissuta nell’appartenenza a una chiesa che ne contiene e garantisce memoria e continuità.

Anonimo ha detto...
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ROBERTO R. ha detto...

Più raffinato e destinato a pochi è il percorso di chi ripropone una mistica di alta qualità, che si ricollega a un filone della spiritualità occidentale medievale, costellato di rare ma autorevoli figure. Il fascino di questo cammino però sbiadisce quando abbandona l’humus biblico che lo ha generato e imbocca una strada più filosofica e ideologica che spirituale, a volte addirittura gnostica, platonizzante nel disprezzo e nella rimozione della “carne” a vantaggio dello spirito. Sì, siamo lontani da una spiritualità fedele al vangelo che chiede con urgenza di vivere la dimensione comunitaria e di trovare convergenze con gli uomini nell’edificazione della polis, che è attenta agli ultimi sempre presenti nella storia, che tiene desta la riserva escatologica dalla quale nasce la speranza che, a sua volta, o è condivisa o non è.
Credo che, in questa stagione più che mai, la spiritualità cristiana avrebbe invece molto da guadagnare da una riscoperta del valore delle realtà terrene “penultime” – come le definiva Bonhoeffer – da una rinnovata centralità della Parola di Dio che ha voluto farsi “carne”, cioè concretezza e fragilità umana: una simile fedeltà alla terra diviene allora attesa, garanzia e pegno di cieli e terra nuovi, annuncio credibile di una fede che, sorreggendosi sull’amore, va oltre la morte e la vince. Forse quanto emerge dalla diffusa “sete di spiritualità” dei nostri giorni è una richiesta di contemplazione autenticamente cristiana, un desiderio di conoscere e incontrare uomini e donne abitati dallo Spirito, capaci di guardare il mondo con gli occhi di Dio, di contemplare la realtà non per come virtualmente appare, ma per come si presenta nella sua luce più autentica, quella che si sprigiona nel rapporto con l’Altro. Emerge anche un invito accorato a riscoprire la dimensione della sapientia, del “gusto” della presenza di Dio raccontato nella vita umana di Gesù di Nazareth: la spiritualità allora sarà chiamata a declinarsi quotidianamente nella storia per ridarle senso, a incarnarsi in “luoghi” precisi in cui possa avvenire la trasmissione di un patrimonio universale, a narrare l’agire di Dio attraverso semplici vite segnate dal rapporto personale con lui e con la sua parola. La spiritualità cristiana si libererà così dalla fuga nell’utopia, nel “non luogo” di estasi paradisiache, e darà prova di credibilità ed efficacia non nell’occupazione di spazi sociali e politici, ma nell’assunzione responsabile della costruzione della polis, attraverso storie personali di santità e luoghi comunitari di libertà. Infatti, l’autentica ricerca di Dio – che nel cristianesimo non è mai disgiunta dalla ricerca dell’uomo – non può prescindere dall’ascolto di ciò che arde nel cuore dell’altro, dei suoi dubbi e delle sue lacerazioni: spiritualità autentica sarà allora capacità di discernere e prendersi cura di ogni essere umano che porta in sé, magari assopita o contraddetta ma sempre presente, l’immagine di Dio.
Enzo Bianchi "

ROBERTO R. ha detto...

VIDEOGIOCHI

Come ogni tanto (molto ogni tanto) succede a casa mia, leggo distrattamente la rivista “Giochi per il mio computer” che mio figlio acquista (purtroppo). Nel marzo di quest’anno, tra gli articoli mi capita sotto gli occhi un titolo: “L’ARTE FINE A SE STESSA”. L’autore, un certo Vincenzo Beretta (gli articolisti qui sono tutti giovani), non accetta che il videogioco sia considerato di “basso livello” espressivo. Non vuole a tutti i costi definire “ARTE” questa categoria di creazioni, ma vuole portarci a fare una valutazione pensando in modo rovesciato:

“…i videogiochi nascono per divertire ed emozionare. Ciò può sembrare riduttivo nei loro confronti, finchè non si pensa che ogni mezzo espressivo, dai dipinti fatti con le dita sulle caverne alla recitazione in tutte le sue forme, nasce per tre ragioni: per DIVERTIRE, per trasmettere SENTIMENTI ED EMOZIONI, e come forma di espressione SPIRITUALE E RELIGIOSA.”

Fin qui egli non parla di arte, ma parla degli scopi che la volontà espressiva ha. Infatti poi aggiunge:

“Quando, se e come tutto ciò si evolva in ARTE è, letteralmente, al di là del punto.”

Ora ecco la visione al contrario:
“Piuttosto, vale la pena di notare come molte tra le migliori opere artistiche siano caratterizzate da un livello di coinvolgimento superficiale e immediato. “Amleto” di Shakespeare può essere visto come una vicenda di intrighi, drammi sentimentali e duelli. “Arancia meccanica” di Kubrick è un film di di fantascienza nonché una commedia nera; e questo prima di iniziare ad analizzarne il complesso messaggio morale.”

Beretta non termina l’articolo enfatizzando il medium-videogioco, ma sottolinea come alcune espressività trovino il loro mezzo specifico e non ogni mezzo sarebbe adatto per esprimerle. Alcune cose solo il fumetto riesce a farle (nomina il fumettista Alan Moore, di cui feci una recensione, per dire che la storia del suo “The Watchmen” poteva essere raccontata solo attraverso il fumetto), e così altre cose solo il computer.

Per noi non giocanti telematici (ci ho provato per un certo tempo poi ho deciso di non perdere più tempo) sembra un dibattito senza senso, in realtà esso è in piedi da molti anni. Gli stessi creatori e venditori si stressano su questo argomento. L’articolo che racconto qui prende spunto proprio dal blog di un membro della società “Tale of tales” (fornitrice di giochi), Samyn, il quale ha scritto che i videogiochi stanno fallendo come “mezzo espressivo del nuovo millennio:
“Mi arrendo. Abbandono la speranza che i videogiochi possano diventare un valido mezzo espressivo culturale”.

Io mi chiedo se non sia bizzarro considerare ARTE ogni cosa che l’essere umano crea. Sembra infatti che ogni artificio umano aspiri a divenire ARTE (architettura; grafica; recitazione; moda; ludicità; letteratura; scultura; musica; movimento corporeo; sport; invenzioni tecniche; matematica; atto delinquenziale; politica). O tutto ha la possibilità di esprimersi come evento artistico, e allora c’è l’artificio che si innalza ad opera d’arte, e nello stesso campo c’è l’artificio non artistico, oppure non tutti i campi di intervento possono entrare nell’arte. C’è qualche attività umana esclusa oggettivamente dall’arte?
Il videogioco necessita di creatività…allora può divenire ARTE? Anche il Monopoli forse è una opera d’arte.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

ALBUM II

“TO THE METAL !” - album dei Gamma Ray (2010)

Recensione di Sky

E’ uscito il nuovo album del gruppo di Power ed Epic Metal tedesco nato dalla costola dei grandi Helloween (Kai Hansen, vocalist dei Gamma, è stato il primo loro cantante oltre che chitarrista). Caratteristica peculiare di questa band è che sin dal primo album (1990) si è notata la presenza di vere e proprie citazioni di brani di altri gruppi, trasferendo papale papale assoli, parti vocali o riff non loro, presi e mescolati sapientemente.
Spesso appariva come volontà esplicita di omaggiare altri artisti, ma i dischi possedevano sempre anche idee piuttosto brillanti. E’ vero, che oltre a tali citazioni, in ogni album dei Gamma Ray si trovavano pezzi poco originali, ma vi sono sempre state anche canzoni di alto livello che l’originalità ce l’avevano. Stavolta non sembra la stessa cosa, esagerando nello scopiazzare si è fatta una opera povera, e non per l’energia e la tecnica, ma solo per l’assenza di novità (inoltre qui sembra che in alcuni momenti ricopino tali e quali pure se stessi che è comunque il male minore).
In realtà per un un giovane appena approdato al metal, il disco può risultare ottimo; ma alle orecchie di un metallaro come me, che del rock duro conosce la storia, il disco perde valore. E’, come dico io, una “ARGIRATA” troppo sfacciata.
Ad ogni modo sono riuscito a divertirmi lo stesso, è come se ascoltassi una versione leggermente diversa di brani famosi, del resto è sempre esistito il gusto di rielaborare vecchie composizioni. Molti gruppi (Foghat; Helloween; Dream Theater; Tesla e altri) hanno persino pubblicato interi album di covers.

I pezzi buoni secondo me sono cinque:
“RISE”, che inizia con un suono alla Iron Maiden per poi entrare in uno stile Judas veloce e potente, utilizzando un ritornello morbido ma epico alla Helloween.
“SHINE FOREVER”, altro pezzo “power” veloce e duro introdotto dalle note di un basso metallico; qui la voce sputa un canto acuto alla Halford di “Judas Rising” o “Resurrection”, e poi scende ai toni caldi nel ritornello ancora Helloweeniano. Interessante il ritorno del basso, il cui assolo breve anticipa quello di chitarra.
“NO NEED TO CRY”, ballata che comincia con la melodia della voce accompagnata da un pianoforte che poi lascia lo spazio ad una chitarra distorta nel ritornello, aumentandone il momento epico; il brano ad un certo punto si blocca e fa il suo ingresso una parte acustica di chitarra che accompagna le voci. In questo brano è ospite la splendida voce del secondo cantante degli Helloween: Kisken. Al termine di tale intermezzo ritorna l’indurimento chitarristico che da il via ad un assolo pieno di pathos.
“EMPATHY”, intensa, ricorda inizialmente l’atmosfera degli ultimi Judas Priest (album del 2008) e poi prende un ritmo orientaleggiante che sfocia in un assolo chitarristico, stilisticamente di Blackmoriana memoria alla Rainbow.
“CHASING SHADOW”, tastiere introducono un brano veloce che rimane melodico nella linea vocale; risulta forse il pezzo più personale.
Questi brani, pur ricevendo influenze da sonorità e stili altrui, nettamente percepibili, non risultano semplici copie e salvano il disco essendo anche belle canzoni.
Sicuramente è un peccato non poter inserire la title-track (To the Metal) tra le migliori, che è un incisivo inno all’Heavy Metal, ma è troppo simile a “Metal Gods” dei Judas Priest per prenderla in considerazione, nonostante venga voglia di cantarla senza sosta.
Insomma, “To the metal”, pur suonato bene, pur dinamico e accattivante, non è facile da approvare.


Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

Commento articolo di E. Bianchi

La fine dell'articolo di Bianchi riassume il significato profondo del cristianesimo:
"Infatti, l’autentica ricerca di Dio – che nel cristianesimo non è mai disgiunta dalla ricerca dell’uomo – non può prescindere dall’ascolto di ciò che arde nel cuore dell’altro, dei suoi dubbi e delle sue lacerazioni: spiritualità autentica sarà allora capacità di discernere e prendersi cura di ogni essere umano che porta in sé, magari assopita o contraddetta ma sempre presente, l’immagine di Dio".

Ci hanno insegnato che il tempio di Dio è il cuore dell'uomo....di più, è tutto il corpo dell'uomo...è la persona umana stessa a contenere Gesù. Dio Padre esiste, ma ha dato all'uomo se stesso sotto forma umana di proprio figlio, come corpo concreto.
Presi da tante idee di Dio, scordiamo che di fronte a noi c'è, non una idea astratta, ma un amore carnale da realizzare. Solo attraverso il prossimo concreto, si può spiritualizzare l'amore.

L'immensità del Cielo si fa piccola specificità, che dovrebbe essere molto vicina, e quindi realizzabile, e invece finisce per essere faticosa e difficile...poichè l'"altro" è scomodo.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

“Stair Way To Heaven” dei Led Zeppelin.
Nel quarto album di questo gruppo (i primi quattro album hanno solo il numero come titolo) ecco il capolavoro, il brano perfetto, per il quale non è necessario togliere o aggiungere nulla. La “SCALA PER IL PARADISO” (questa la traduzione) è, con “Smoke on the water” dei Deep Purple, l’unico pezzo hard rock conosciuto da molti, anche da chi non è patito di rock duro( anzi, forse è conosciuto meno di “Smoke…” ma più amato da chi conosce entrambi). Da ricordare che i L.Z. sono anche considerati i fondatori dell’Hard Rock con il loro primo album datato 1969.

La composizione inizia con una dolce melodia acustica, poi sale in in crescendo di energia che culmina in una forza appassionata tra chitarra prima e voce dopo. Si sente bene l’influenza country-folk dei musicisti (viene suonato anche il flauto), un po’ meno le origini blues della loro formazione artistica che in altri brani invece è sfacciata. Ma ascoltando con cura la parte più scatenata, la ritmica blues si intravede. Anche l’assolo chitarristico di Jimmy Page (ex-Yardbirds) è intoccabile nella sua cristallina perfezione. Stupenda la superba voce di Robert Plant

Insomma è un gioiellino compositivo che arricchisce uno dei migliori dischi del gruppo (probabilmente il migliore insieme al secondo). La canzone è stata riprodotta in mille altre versioni da molteplici gruppi, riarrangiandola anche in stile Reggae (bellissima quella di Zappa) o Country.

La critica morale del tempo la tacciò di possedere simbolismi legati alla magia nera, anche perché i due leader seguivano la mania dell’interesse per l’occulto. Jean Paul Regimbal, anni dopo (1987), nel suo libro intitolato “IL ROCK’N’ROLL” la cita decrivendone il testo e ne traduce i simboli che ne intravede: la “signora” sarebbe la “strega”; “comprare la scala per il cielo” avrebbe il significato di “vendere l’anima” e il “Cielo” sarebbe l’”Inferno di Lucifero”. E’ probabile che sia vero, ma io dico che se il genio dei Led Zeppelin deriva dal diavolo, allora il diavolo ha rubato la musica a Dio.
Per chiunque, questa rimane la migliore canzone rock di tutti i tempi.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...
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ROBERTO R. ha detto...

“ALICE IN WONDERLAND” - film diretto da Tim Burton (2010)
Recensione di Sky Robertace
Alice Kingsley, interpretata da Mia Wasikowka, è cresciuta ( ha 19 anni) e si ritrova nel paese delle Meraviglie. Il suo vecchio viaggio (sono passati ben 13 anni) lo ricorda solo sotto forma di sogno. Stavolta non è una avventura insensata, come era apparsa allora, adesso la ragazza ha una missione da compiere. E’ diventata la leggendaria figura (tipo Messia) di quel surreale mondo che ora attende un liberatore che possa ribellarsi alla rossa cattiva Regina di Cuori.
Johnny Depp è il Cappellaio Matto, che matto è rimasto ma non è più allegro. Pancopinco e Pincopanco, i due gemelli scemotti hanno la faccia di Matt Lucas, attore inglese omosessuale che entrò all’ottavo posto nella classifica dei più influenti gay in Gran Bretagna (anno 2007), e sposò un produttore cinematografico da cui divorziò; divenne famoso grazie alla serie televisiva comica “Little Britain” in coppia con David Walliams.

Per la visione, ho letto che raccomandazioni della censura, avvertivano il pubblico di non lasciare i bambini senza la presenza di adulti per alcune scene violente ma anche perché un bruco fuma (il “Brucaliffo”).
Il film si basa sui romanzi di Lewis Carrol: “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” (1865) e “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò” (1871).

Le storie surreali mi sono sempre piaciute e gli effetti speciali ne moltiplicano il carattere in tal senso dal punto di vista dell’immagine, ma la trama, acquistando una direzione, è lei a risultare meno surreale. In questo film si perde però parte dell’ironia che veniva espressa dal cartone animato di walt Disney, in più la parte cupa, che in quella creazione era data dall’incapacità di tornare a casa da parte del personaggio che si è perso e che non trova chi l’aiuti a ritrovare la strada, una tipica paura infantile ( i bambini temono le figure strane che appaiono nei sogni e la solitudine), qui si riduce ad un “normale” drago da abbattere, e se la paura ha un senso, ormai i bambini non rimangono angosciati. Il primo racconto è insensato, ed è questo a mettere paura: l’assenza della logica che ha il potere di aumentare le angoscie poiché non dà punti di riferimento ed appigli da cui emergere.

Gustosi i paesaggi tetri e le immagini eccentriche come il fluttuare dello “Stregatto”. Gustoso passare una ora e mezzo nella fantasia.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

CINEMA IV

FILM

“MOON” - film di fantascienza diretto da Duncan Jones (2009)

Sam Rockwell interpreta “Sam Bell”, un astronauta che è stato tre anni in missione sulla luna per conto di una azienda di estrazione mineraria. Nella base lunare ci abitano solo lui e un robot di nome Garty che lo aiuta in ogni cosa gli serva (dalla fornitura di cibo alle cure mediche).
Il mondo è più pulito ormai, avendo trovato una energia alternativa estratta dai minerali lunari perennemente irradiati dal sole: l’Elio-3. L’uomo sulla luna ( mi fa venire in mente la canzoncina dello Zecchino D’Oro che amavo ascoltare, intitolata “L’omino della Luna”) è adibito all’invio sulla terra dell’energia accumulata da gigantesche macchine da raccolta che operano senza guida umana.

Un incidente rivela però la verità: i tre anni termineranno con la sua morte, perché non esiste alcun ritorno a casa. L’astronauta non lo scopre da solo, lo scopre con l’aiuto di un altro se stesso, risvegliato dal robot per sostituire quello danneggiato. Si, perché egli è la copia e non l’originale, ma il bello che anche l’altro è una copia, e ben presto scoprono centinaia o migliaia di altre loro copie. Sono cloni a cui è stata data la memoria passata dell’individuo originale che invece pare vivere (ma il film non lo dice chiaramente) tranquillamente sulla terra con la figlia che anche le due copie pensano essere la loro figlia.
Inizialmente sembra che qualcosa non quadri e che la causa sia il robot, lo spettatore può ipotizzare la ribellione della macchina, ma in tal caso sarebbe stato poco originale. Invece il robot esegue degli ordini, ma siccome è stato programmato per essere d’aiuto al clone, ordini che vanno in senso opposto passano in second’ ordine, così, grazie al computer uno dei due cloni (il nuovo, poiché il vecchio è in disfacimento…tra le righe si percepisce che i tre anni di turno corrispondono ai tre anni di resistenza del corpo) sfugge alla distruzione che avverrebbe se l’azienda scoprisse due cloni svegli contemporaneamente.

Nella fantascienza l’esistenza di doppi se stessi è stata molto sfruttata, poiché ha dato sempre la possibilità di far riflettere sull’esistenza dell’individualità umana. Cosa è l’uomo ? Il corpo, la mente ? Cosa è che fa l’ndividualità di ognuno?
Nel film il nuovo uomo incontra il vecchio uomo, ma il vecchio ha tre anni in più di esperienza e sa fare cose che l’altro non sa attuare, e così pesa l’esperienza del primo, e la mente del primo si forma sull’interazione con l’altro. I due sono diversi perché nella relazione si pongono in modo diverso l’uno verso l’altro, anche se entrambi affermano di essere quello “VERO”. I due si sentono parte di una stessa cosa, ma anche due persone differenti. E nella loro differenziazione iniziale, lo spirito di avvicinamento che poi li rende uniti. Tale differenziazione è anche nel corpo malandato dell’uno, mentre è sano nell’altro, per cui il secondo si prende cura del primo con fare protettivo e anche questo cambia i ruoli; anche il fare azioni separatamente e occupare contemporaneamente spazi diversi, li allontana dal loro somigliarsi e contribuisce a differenziarli.

Da vedere.

Mi è venuta in mente anche un’altra cosa: nessuno ama vivere con se stesso…rischia di vedersi antipatico. Io, personalmente, non mi sposerei con me stesso.

Roberto L.

ROBERTO R. ha detto...

MUSICA

Top Jazz 2009

Per l’edizione 2009 del sondaggio “Top Jazz” la rivista italiana Musica Jazz ha chiamato a votare 60 critici specializzati per eleggere i migliori classificati per ognuna delle seguenti categorie: 1) disco dell’anno; 2) musicista dell’anno; 3) formazione dell’anno; 4) miglior nuovo talento; 5) compositore e arrangiatore dell’anno; 6) strumentista dell’anno (ottoni); 7) strumentista dell’anno (ance); 8) strumentista dell’anno (tastiere); 9) strumentista dell’anno (basso e batteria); 10) strumentista dell’anno (miscellanea, voce). Da tre anni il voto è concentro tutto sul jazz italiano, vista la crescita a dismisura che ha avuto negli ultimi anni nel panorama mondiale.
Ecco le prime cinque classifiche.
1) Disco dell’anno è stato un ex aequo tra “Stunt” del trombettista Fabrizio Bosso in duo con il pianista e fisarmonicista Antonello Salis e “NEW YORK DAYS” del quintetto del trombettista Enrico Rava, con Stefano Bollani al pianoforte, Mark Turner al sax, Larry Grenadier al contrabbasso e alla batteria Paul Motian. Il disco “Stunt” del duo Bosso/Salis è stato registrato al Parco della Musica in Roma il 17 e 18 marzo del 2008 e testimonia l’inesauribile freschezza e vigore di Fabrizio Bosso, accanto alle moltiplici e originalissime sfaccettature di Salis; oltre a brani originali e standards (Bésame mucho, Body and Soul e altri) il duo inserisce nel disco anche “Roma nun fa la stupida stasera” e “Domenica è sempre domenica”. Del febbraio 2008 è invece il disco “New York Days”, registrato nella metropoli newyorkese dal quintetto del Trombettista Enrico Rava che per l’occasione ha festeggiato la cinquantennale attività di musicista: un disco memorabile, non a caso considerato uno dei migliori realizzati fino ad oggi.
2) Musicista dell’anno, di nuovo lui, Enrico Rava.
3) Migliore formazione dell’anno è risultata la Gianluca Petrella Cosmic Band. Il trombonista ha da poco fondato un’etichetta indipendente, la Spacebone (ispirata al noto film “2001 – Odissea nello spazio”), pubblicando anche il primo disco della Cosmic Band dal titolo “Coming Tomorrow – Part one” e che è in procinto di pubblicarne un altro in duo con il batterista Bobby Previte.
4) Miglior nuovo talento è stato votato Luca Aquino, 28 anni, trombettista campano. Con il disco "Lunaria “ inciso nel 2009, ha conquistato pubblico e critica. Oltre a sue composizioni, nel disco ci sono brani di Mina, Miles Davis, Fabrizio De Andrè, inseriti in un contesto musicale condito di elettronica ed elettrofunk.

ROBERTO R. ha detto...

5) Miglior compositore e arrangiatore dell’anno è stato votato Dino Betti Van der Noot con il disco “God save the earth", il quale nonostante non goda di grande notorietà né abbia una buona produzione discografica al suo attivo (basti pensare che nell’arco di circa vent’anni ha inciso solo tre dischi), è considerato un geniale alchimista dei suoni, attentissimo alle dinamiche del gruppo che dirige, oltre che un eccelso compositore.

Roberto R.

Scritto da : mavacriro

“MENTALIZE” album di Andre Matos (2010)

Recensione di SKY

Ottimo secondo lavoro solista (il primo è del 2007) del trentanovenne ex-cantante degli Angra, gruppo brasiliano ora sciolto (6 album da studio dal 1993 al 2006).
Power metal classico, ma arricchito di personalità e capacità compositiva in un musicista che è diplomato al conservatorio.

Si ascolta un vero sound metallico classico. Ma il batterista (età: 19 anni) è incisivo nel disco e lascia una forte impronta personale, immettendo anche tipici ritmi della sua terra sudamericana (per esempio in “Leading On”; “Someone Else” e “The Myriad”).
Bei 4/4 tirati e puliti. L’album porta una vena di originalità e di ricerca di linee melodiche non stantie. Influenze Priestiane ed Helloweeniane.

Il lavoro inizia con la ritmica ossessiva e tribale di “LEADING ON”; di carattere, anche se la melodia del ritornello, con i suoi cori accattivanti ma positivamente fluidi, alleggerisce di molto la composizione.
“BACK TO YOU” è una ballata soft interessante per la voce che, accompagnata inizialmente dal pianoforte e poi dalla ritmica della chitarra acustica, non scade in un qualcosa di già sentito, anzi, grazie alla sua linea vocale che, seguita con gusto dagli arrangiamenti, attua un crescendo di pathos, s’impone con validità.
“MENTALIZE”, la title track è forse il brano migliore. Potente e tirato, possiede un riff caldo e molto Heavy (sulla linea dei JudasPriest) e cambi di ritmo. Il ponte che porta all’assolo chitarristico rende più oscura l’atmosfera. Al secondo posto si può inserire “THE MYRIAD” dove la batteria ha ancora il suo grande posto; una canzone orecchiabile ma non sempliciotta e molto personale, con giri di chitarra interessanti. Bella la linea vocale ed estremamente piacevole per tutta la durata del brano. Veloce e trascinante invece “POWER STREAM”, che tra tutti i brani è quella che fa venire in mente gli Helloween. “DON’T DESPAIR” fa entrare nell’album le sonorità anni ’80, e la voce si innalza ad altissime tonalità.

Nessun brano scadente, sufficiente il tocco di originalità; si percepisce freschezza e passione. Dopo aver ascoltato i Gamma Ray di “To the Metal”, si poteva pensare che il Power Metal non potesse aggiungere nulla al genere, ma Matos ci ha già smentito regalandoci un album con quel qualcosa in più . Bene, egli è un grande singer, e ci ricorda che non si può fare buon Heavy Metal se non si ha una voce potente e tecnica, cioè una vera voce.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

TOP JAZZ 2009
Sono un curioso, quindio terrò presenti questi nomi "migliori" per ascoltarli.

Scritto da : sky-robertace

La mia classifica musicale del 2009 è stata modificata aggiungendo l'album solista di Dolores O'Riordan (cantante degli irlandesi Cranberries). Non è Heavy Metal ma comunque ottima musica.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

MUSICA

Classifica album 2009 di Sky Robertace
(i commenti più lunghi li faccio solo sui migliori, cioè i primi dieci)

. ENDGAME Megadeth. Un muro di suono duro e compatto
La band americana è uno dei massimi esponenti del Thrash Metal, ma possiede sonorità di vecchia data essendo un gruppo di artisti che suona dagli anni ’80. Eppure l’energia e la capacità compositiva continuano a mantenere una qualità che solo in alcuni momenti pare già ascoltata. Rispetto a molto dell’attuale cantato Growl, il chitarrista cantante Mustaine, leader del gruppo, si ostina a cantare (e bene).
2. INTO THE LABYRINTH Saxon Metal Rock Blues nudo e crudo
I Saxon esistono dal 1979, ma dopo un periodo di crisi, tornano a concepire un disco ottimo. Suono tagliente come quello dei primordi con una voce sibilante che Biff sa usare con maestria (ormai l’eperienza è tanta). Un solido classico Heavy Metal, fresco ed energico. Tra anima rock’n’roll e potenza epica, questi vecchi inglesi rimangono più bravi degli allievi.
3. POLARIS Stratovarius. Sound fresco e tecnico
Di questo gruppo finlandese io conoscevo solo il quinto album “Episode” del ‘96. Un bel lavoro oscillante tra il Power e il metal Epico. Di colpo salto al 2009 con questo, che invece alterna brani power a brani di carattere progressive. Quello era più intenso e pesante, questo invece risulta più immediato (già al secondo ascolto le melodie sono entrate in testa) nonostante si senta la ricerca (riuscita) di non essere scontati. A volte le canzoni mi sembrano troppo brevi, ma nel complesso vi sono forti momenti interessanti ed emozionanti. Molto bella e pulita la voce.
4. THE DAYS OF GRAYS Sonata Arctica. Album ispirato, di ampio respiro
Ancora una band finlandese, del resto ormai da tanto la scandinavia sforna metallo di lusso. Possiamo dire che il Power dei Sonata è ora più inclinato verso il progressive, molto più degli stratovarius. Credo che alcuni momenti cali il livello compositivo, ma nei brani migliori si vive una atmosfera particolarmente ispirata. Io avrei usato questo disco per la colonna sonora dil film “AVATAR”.
5. FOREVER FIGHT White Skull. Heavy metal classico e potentemente epico
Il gruppo italiano che alla manifestazione di Terni mi aveva entusiasmato di più, si conferma entusiasmante anche su disco. Classico Heavy Metal con connotazioni Power. Senza sbavature, pieno, epico. Da sole già “Forever Fight”(cattiva, tirata, scatenata), “Heavy metal axes”(super inno che più anni ’80 non si può) e “Beer, Cheers”(accattivante, allegra e fatta apposta per i metallari la cui bevanda d’eccellenza, si sa, è la birra, ricorda l’ironia degli Helloween) ti agganciano e non ti lasciano più…viene voglia di riascoltarle di seguito. Ma ariose, tecniche, ben costruite sono “Escape”; “Spy”; “Attle and Bleda”(ampia e generosa) e “Visions”, senza contare che tutto l’album rimane di alto livello. La voce (la cantante è una pulzella) non è classicheggiante alla Tarja, né suadente come quella degli Evanescence, ma è tipicamente Rock, essenziale; se anche non è perfetta, con l’abitudine all’ascolto perde i difetti e se ne acquista la carica.
E’ un metal fatto per buttarsi nella mischia.
6. BLACK CLOUDS & SILVER LININGS Dream Theater. Poca originalità ma tanta classe

ROBERTO R. ha detto...

Questo album utilizza tutte le musicalità progressive sperimentate in passato da questo gruppo americano, mescolando le sonorità dell’inizio a quelle più oscure del progressive metal espresso successivamente. Non si evidenzia una ulteriore evoluzione…è solo un bell’album. Non ci sono brani monolitici, bensì pezzi dal carattere multiforme che, alla fine, non caratterizzano il lavoro verso una direzione particolare. Un bel disco pieno di virtuosismi, ma chissà perché io mi aspettavo ancora di più.
7. SCORE OF THE NEW BEGINNING Fairyland. Sinfonico e artistico
Un altro album di symphonic metal, stavolta francese. Ennesimo album di Synphonic, ma ancora una volta ci troviamo davanti ad un ottimo album. Ma è la voce principale, più dei ritornelli e della parte strumentale, a fare colpo, con una minore liricità rispetto al cantato di altri gruppi. Questa è però più rock e potenzia di molto i brani, che talvolta sconfinano nel power (come succedeva soprattutto per i Rhapsody). Nel disco vi suonano un sacco di musicisti provenienti da altre band. Il nome della band si ispira ad una serie di romanzi fantasy dello scrittore Pratchett.
8. AUTUMNAL Dark Moor. Lavoro maturo ed energico
Questa volta il Symphonic Metal viene dalla Spagna. I brani sono personali e non un ricopiaticcio che in questo genere è sempre un rischio possibile. Le vocalità sono ben congegnate e non un classico coretto da opera classica come molto spesso avviene in altri gruppi ed è avvenuto anche in loro album passati. L’album parte con una cover di Cajkovskij, “SWAN LAKE” che colpisce per l’abilità con cui è stata potentemente rielaborata, voce e arrangiamento. A volte riproporre cose del genere è stucchevole, non in questo caso dove il gruppo ha fatto suo, il pezzo. Nel disco, al cantante Alfred Romero, si associa la voce della brava Itea Benedicto (una soprano), componente del gruppo symphonic metal “Niobeth”.

ROBERTO R. ha detto...

9. 9 DEGREES WEST OF THE MOON Vision Divine. Piuttosto originale
Questa band italiana di power metal con rare venature progressive, ha costruito un nuovo capitolo. Dopo i loro due album migliori (“The Perfect Machine” del 2005 e “The 25th hour” del 2007), troviamo un'altra bella prova, assolutamente personale che non è la copia delle precedenti, ma ancora una volta una piacevole sorpresa. Non raggiunge i livelli dei dischi appena citati, ma non torna indietro alle origini anche se vi troviamo il vocalist degli esordi: Fabio Lione (anche Rhapsody of Fire) cantante nei primi due album. Si può dire che i Vision Divine hanno avuto un crescendo nel loro livello espressivo dal primo album fino ad oggi, migliorando anche nella produzione sonora, buon suono conservato ancora in questo sesto album. La band è tecnica, pulita e metallica. L’orecchiabilità non è commercialità, e la personalità è evidente.
10. SONIC BOOM Kiss. Un ritorno anni ’70 senza cadute di tono
Mi sono sempre chiesto (è stata davvero una domanda ricorrente in me); ma risuonare in quel loro primordiale stile è difficile? Non è più nella loro verve? La risposta è questo disco, simile anche nella grafica della copertina a quegli anni lontani. In effetti l’impressione è una voluta e cosciente ricerca di avere lo stesso stampo degli anni ‘70 (alcuni passaggi e accordi, appena accennati, appaiono proprio copiati), eppure si respira un’aria di freschezza in cui non traspare una sensazione di già sentito in nessuna di queste canzoni. Insomma, la spontaneità forse non c’è stata, ma sembra il contrario. La domanda è: ha senso tornare al passato? In verità si può dire che gli arrangiamenti non sono affatto legati solo al passato, il tutto, a ben ascoltare, è un misto tra vecchio e nuovo, con chitarre che fanno il verso al passato, ma risultando diverse. Pur sentendo il carattere dei tempi d’oro le canzoni sono altre e sanno di nuovo anche sapendo di antico. Esse poi non danno il senso di arrangiamento asciutto che avevano in quegli anni in cui la produzione appariva più asettica nei Kiss da studio, il suono è corposo. E allora? E allora vai con la magia di questi rock’n’rollers americani, trucco facciale compreso.
11. I Chickenfoot. La forza del R’n’R americano
12. ONE OF A KIND Killing Touch. Una voce da paura e tanta tecnica strumentale
13. WORLD PAINTED BLOOD Slayer. Un attacco portato con stile
14. SHALLOW LIFE Lacuna Coil. Composizioni studiate con cura
15. VICTIM OF THE PAST Giulio Rossi (ternano). Voci nella media ma grande chitarra
16. SHAKA ROCK Jet. Elettricità e divertimento
17. PLASTIC PILLS FOR HAPPY PASSENGERS Savalas (ternani). Saporiti al punto giusto
18. NO BAGGAGE Dolores O’Riordan. Voce speciale in suoni limpidi
19. LIEBE IST FUR ALLE DA Rammstein. Forti ma un pò inquietanti
20. LAST LOOK AT EDEN Europe. Un ascolto piacevole
21. MURDER BY PRIDE Stryper. Rock’n’roll pieno di anima
22. NO LINE IN THE HORIZON U2. Rock di classe per un ritorno di livello
23. WORKING ON A DREAM B.Springsteen. Classico, amabile, ben piantato a terra
24. THE INCIDENT Porcupine Tree. Carino ma troppo semplice
25. WINTER SONGS Halford. Quando il nome non è una garanzia
26. KING OF DREAM Sunstorm. Quando l’esperienza non serve a niente

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

CINEMA

Bastardi senza gloria di Quentin Jerome Tarantino

Bastardi senza gloria (Inglourious Basterds) è un film del 2009 scritto e diretto da Quentin Tarantino.
Nella Francia occupata dai nazisti, la giovane ebrea Shosanna Dreyfus assiste all'uccisione di tutta la propria famiglia per mano del colonnello nazista Hans Landa. La ragazza riesce a sfuggire miracolosamente alla morte e si rifugia a Parigi, dove assume una nuova identità e diviene proprietaria di una sala cinematografica. Contemporaneamente, in Europa, il tenente Aldo Raine mette assieme una squadra speciale di soldati ebrei: noti come i Bastardi. I soldati vengono incaricati dai loro superiori di uccidere ogni soldato tedesco che incontrano e prendere loro lo scalpo. La squadra di Raine si troverà a collaborare con l'attrice tedesca Bridget Von Hammersmark, una spia degli Alleati, in una missione che mira ad eliminare i leader del Terzo Reich.
La loro missione li porterà nei pressi del cinema parigino dove Shosanna sta tramando un piano di vendetta privata. Shosanna, la proprietaria del cinema riempie il teatro di pellicole da 35 mm che a quell'epoca erano le pellicole più pericolose in circolazione poiché facilmente infiammabili. La serata precedente alla première nazista, i Bastardi hanno a che fare con un ufficiale della Gestapo in uno scantinato, il quale, dopo aver scoperto che coloro che si fingevano tenenti erano nientemeno che membri dei Bastardi, ingaggia una sparatoria uccidendo tutti coloro che erano dentro lo scantinato, ma finendo ucciso in azione. La serata del gala, il tenente Aldo Raine accompagna Bridget Von Hammersmark allo spettacolo, fingendosi, insieme ad altri tre membri dei Bastardi, un attore siciliano. Prima di entrare nella sala, Hans Landa uccide Bridget Von Hammersmark, strangolandola perché riconosciuta come spia in base a delle prove precedentemente raccolte.
Intanto fa catturare Aldo Raine e un suo assistente, ma non gli altri due, poiché sono già nella sala cinematografica.

ROBERTO R. ha detto...

Il tenente Aldo e il soldato Utivich vengono interrogati da Landa, che si accorda con Raine per far sì che la guerra finisca quella sera stessa, con la morte dei capi nazisti che assistono alla prima del film Orgoglio della nazione. Landa chiede al comando alleato una proprietà nell'isola di Nantucket (nel Massachussets), la croce d'oro e altri riconoscimenti. Il comando lo accontenta, ma con la condizione di arrendersi appena entrato nelle linee Americane: Landa ha compromesso il corso della storia. Il cinema salta in aria e Hitler e i suoi seguaci muoiono mitragliati e bruciati dalle fiamme. Aldo incide la svastica sulla fronte di Landa affinché, finita la guerra e deposta la divisa, egli non possa nascondere il suo passato da gerarca nazista.
« I miei personaggi non sono i soliti eroi stereotipati, ma uomini comuni catapultati in uno sporco affare durante la seconda guerra mondiale. »
(Il regista Quentin Tarantino)

Quentin Jerome Tarantino (Knoxville, 27 marzo 1963) è un regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico statunitense di origine italoamericana. Tarantino è particolarmente celebre per la sua cinefilia quasi maniacale; grazie anche ad un passato come commesso in una videoteca di Los Angeles, California, il Manhattan Beach Video Archives, possiede una cultura cinematografica invidiabile, orientata in special modo ai film di serie B, all'exploitation e ad altri generi quasi sconosciuti, che certo hanno influenzato pesantemente il suo stile.
Nelle sue opere non si contano le citazioni, gli omaggi e i riferimenti più o meno velati (è un fervente ammiratore, in particolar modo, del cinema italiano, da Sergio Leone all'horror e al poliziottesco), come d'altronde ammise lui stesso citando un famoso aforisma di Igor Stravinskij, in risposta ad accuse di plagio: "I grandi artisti non copiano, rubano".
Con il film Pulp Fiction vince la Palma d'oro al Festival di Cannes e conquista sette nomination agli Oscar, ottenendo la statuetta per la miglior sceneggiatura insieme a Roger Avary, ex-collega al videonoleggio, con il quale firma le sue prime sceneggiature.
Se il suo stile è da molti considerato eccessivo e violento, per una larga fetta di pubblico alcuni suoi film sono considerati dei veri e propri cult. Celebri le sue sceneggiature complesse e i suoi tipici dialoghi, talvolta al limite del delirante, che hanno influenzato più di una generazione.

Scritto da : mavacriro

ROBERTO R. ha detto...

ALBUM IV

“STREETS OF ROCK’N’ROLL” – album dei Keel (2010)

Heavy R’n’R di classe, morbido e duro allo stesso tempo. Voce alla Bon Jovi e riff di stampo americano, in due brani per esempio si notano accordi Kissiani (i KEEL sono statunitensi). Sonorità classiche a cavallo tra anni ’70 e ’80, può essere un lavoro posto tra i generi Hard Rock e Pop/Street metal.

Questa opera è da considerare un evento particolare, poiché è il primo disco che pubblicano dagli anni ’80. Infatti si sciolsero dopo il loro ultimo del 1989 che era solo parzialmente da studio (il resto era live). Dall’83 all’89 (appunto) pubblicarono solo 5 album.

Il brano d’apertura (la title-track) è un po’ scontato, così come altri pezzi. Ma si possono trovarne di gustosi e freschi. “HIT THE GROUND RUNNING”, con i suoi cori secchi e incisivi, e la ritmica chitarristica, entra bene nelle orecchie e smuove le membra dell’ascoltatore. Ancora meglio quando si passa a “COME HELL OR HIGHWATER”, più forte ed energica, con ritmica ossessiva e basso caldo, e un bell’assolo di chitarra prima singola e poi doppia; accesa e trascinante la voce con cori altrettanto tonici. La commerciale “PUSH & PULL”, quasi infantile nel ritornello, è però costruita bene nella sua semplicità, arricchita anche da un assolo di chitarra niente male, attirando l’ascoltatore senza annoiarlo. “THE DEVIL MAY CARE”, ancora un rock duro e puro, mantiene un tono chitarristico ossessivo con riff ripetitivi ma intriganti e la chitarra non concede soste, se non per un ponte chitarra/voce che riporta al ritmo precedente tramite il ritornello insistente. Dopo altri brani ben fatti ma meno originali, ecco “BROTHERS IN BLOOD” che torna ad innalzare il livello; ancora il basso caldo e ripetuto a portare stavolta una voce melodica verso però un ritornello quasi epico, accompagnato da una batteria sottolineatrice del momento….è una chiusura d’effetto.

ROBERTO R. ha detto...

L’album non cede alla superficialità anche se non sempre riesce a mantenere alto il livello artistico. Questo è il genere Hard and Heavy che più fa sentire le influenze blues (senza poter superare i Whitesnake che sono i veri bluesmen dell’Hard Rock). Da sentire, e per ciò che riguarda me, statene certi, è da risentire.
Bentornati kids !

Roberto L.

Scritto da : sky-robrtace


"By this river" di Eno.

E' un pezzo eccellente. Breve ma intenso, immerso in una atmosfera intimista. E' una delle mie canzoni pop preferite. Povero dal punto di vista strumentale, proprio nella sua linea melodica tramite una voce dolce, è l'anima compositiva.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace
“DANGER OF LOVE” dei LOUDNESS.

Anche il sol levante ha il suo metallo, ma i Loudness sono stati gli unici ad essere considerati alla pari dei gruppi anni ’80 della ribalta euro/americana. 23 albums dal 1981 al 2009. Questo brano è tratto dal nono “Soldier of Fortune” del 1989.

La caratteristica di questo album è stata la sostituzione del cantante giapponese Minoru Niihara, dalla voce un po’ stridente, con un singer americano, Mike Vescera. I quattro nipponici avevano già sfornato buonissimi primi album, ma nell’89 la musica si fa più elegante, cercando di fare breccia nelle orecchie dei metallari USA. Ci riescono.

“Danger of Love” fa capire subito che lo strumento in primo piano è la chitarra; Akira Takasaki considerato un ottimo “axeman” (il termine, “uomoascia”, viene usato nel metal per indicare il chitarrista), cesella la composizione con pulita maestria; gli effetti della sei corde sono disseminati in ogni passaggio musicale. Il brano è all’apice compositivo dell’album ma è uno dei meno tirati; nonostante la ritmica incalzante la linea risulta estremamente melodica. La bella voce, intrigantemente appena un po’ roca, è sostenuta da sovraincisioni di brevissimi inserti corali.

Ma più significativa è la parte centrale introdotta da un leggero tappeto di tastiere che poi lascia il posto all’assolo di chitarra, sostenuto da una batteria semplice ma dal suono pesante. La chitarra si scatena in una composizione tecnica con inserti melodici spezzati da scale veloci.

Purtroppo la seconda prova con Vescera ebbe minore successo e il cantante lasciò. Successivamente la vena creativa si impoverisce e il gruppo intraprende una strada dal suono completamente diverso. Se all’inizio carriera il suono era duro ma estremamente tecnico, dopo la parentesi americana il sound torna duro però grezzo, abbandonando spesso anche i virtuosismi, e ciò in linea con l’evoluzione Grunge del momento (periodo Nirvana), senza però le idee di altri fortunati contemporanei. Una evoluzione inaspettata con dischi sempre meno validi, in uno stile piatto che nulla ha a che fare col vecchio gruppo originale.

Roberto L.

Scritto da : Sky-Robertace

ROBERTO R. ha detto...

MUSICA

“EASTON HOPE” – album degli Orden Ogan (2010)

Questo è il sesto album dal 1997 degli Orden Ogan, gruppo Power Metal tedesco con influenze epiche, folk e Sinfoniche.

Ottima produzione e tecnica. Linee melodiche pulite e cori potenti. Un album piacevole anche se non c’è estrema originalità ed anche se la personalità non è assoluta. La ritmica spesso è di tipo Thrash, ma il Power e l’Epicità sono preponderanti. Pochi i momenti folk, presenti soprattutto negli assoli tastiera/chitarra.

“NOBODY LEAVES” inizia forsennatamente energica, poi vi sono vari cambi di ritmo ed un efficace songwriting melodico. Atmosfera ariosa e accattivante. La ritmica di tipo Thrash porta il brano ad avere momenti piuttosto duri, ma la voce e i cori ammorbidiscono efficacemente la song (in mezzo c’è anche un ponte soft).
La titletrack “EASTON HOPE”, più cupa e lenta, è però più varia. Essa avvia l’ascolto verso un canto che si alterna tra stile Thrash e morbido AoR, per poi effettuare cori epici alla Blind Guardian con equivalenti tappeti tastieristici. Bel brano appassionato.
“WELCOME LIBERTY”, con il suo middle-time (comunque sempre presente la doppia cassa) e il ritmo quasi ballabile, è una canzone relativamente orecchiabile. La voce sporca dà forza alla parte cantata ma lascia fluida e orecchiabile la linea melodica. La parte centrale dolce, rende ancora più orecchiabile il pezzo.
Anche “ALL THESE DARK YEARS” fila via utilizzando un middle-time, spezzandosi con momenti calmi di pianoforte e voci. Stessa scia caratteriale di “Welcome Liberty”, stessa orecchiabilità con punte però di maggiore epicità, soprattutto grazie ai cori, e si può considerare anche più ampia per sonorità e trama compositiva. Forse il brano migliore dell’album.
Il disco si chiude con “OF DAWNFALL AND DECLINE” che è il brano con più variazioni. Brevissimo inizio epico/sinfonico stile colonna sonora a cui si aggiunge poco dopo la ritmica Thrash, che poi cessa lasciando il posto ad un momento quasi progressive, basso/batteria/voce, seguito da tastiere e chitarra acustica. Quarto cambio di ritmo, arriva l’attimo cupo accompagnato da cori da musica classica. L’assolo chitarristico sferraglia dissonante, poi il brano scende verso un rilassante finale.

Ormai i musicisti bravi sono tanti e anche compositivamente fanno cose che possono essere qualitative. Logico che uscire dalla media dei buoni lavori risulta difficile. Una volta un disco così sarebbe stato osannato, ora si tratta solo, appunto, di un buon lavoro.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace | 08/04/2010

ROBERTO R. ha detto...

“GNOSSIENNES 1” del compositore Erik SATIE.

Il termine Gnossienne, coniato da Satie, indica un nuovo tipo di composizione musicale. Gnossienne deriva apparentemente dalla parola gnosi, Alcune fonti, tuttavia, asseriscono che il titolo derivi dal famoso palazzo cretese di Cnosso, o "Gnossus", e che le composizioni siano dunque da collegare al mito di Teseo, Arianna e il Minotauro.
Satie compose le Gnossiennes fra il 1889 e il 1897, ossia nel decennio successivo a quello in cui scrisse le tre Sarabandes (1887) e le più famose Gymnopédies (1888). Come le Sarabandes e le Gymnopédies, le Gnossiennes sono spesso state definite delle "danze".
Satie fu in vita un personaggio originale e bizzarro, come sottolineato dai cronisti del tempo. Visse in un appartamento chiamato da lui "l'Armadio", composto da due stanze, di cui solo una utilizzata pienamente, mentre l'altra era chiusa a chiave; il contenuto di questa venne scoperto solo alla morte dell'artista: conteneva una collezione di ombrelli di vari generi a cui lui teneva così tanto che non li usava. Una delle numerose idee fisse di Erik Satie era il numero tre, un'ossessione mistica; forse una reliquia del simbolismo trinitario associato all'Ordine cabbalistico dei Rosacroce, del quale Satie aveva fatto parte in gioventù. Molte delle sue composizioni sono raggruppate in cicli di tre, e tra queste le Trois Gymnopédies del 1888.
Satie è un compositore anomalo, o almeno ancora molto sottovalutato.
La vita del compositore francese può essere suddivisa in due: una fase giovanile, volutamente lontana dalle avanguardie principali, in cui vedono la luce le più importanti composizioni pianistiche, e una seconda fase dopo i 50 anni d'età in cui Satie diventa caposcuola del nascente gruppo dei sei e in cui iniziano le grandi collaborazioni con gli artisti più importanti dell'epoca.
La sua ricerca armonica può essere considerata antesignana dei movimenti dada a surrealista. Erik Satie è il misuratore di suoni, il provocatore, il non-musicista... eppure, come ha detto John Cage "Erik Satie ci è indispensabile". Satie è il vero padre del minimalismo, il precursore della musica ambient. Ma è anche molto di più perché nonostante tutto e nonostante il tempo che è passato continua a rimanere unico e senza imitatori. Erik Satie morì a 59 anni di cirrosi epatica il 1 luglio del 1925. Erik Satie appare in alcune scene del film Entr'acte diretto nel 1924 da Renè Clair, mentre il suo personaggio è interpretato da Matthew Whittet nel film Moulin Rouge! di Baz Luhrmann del 2001

Roberto R.

Scritto da : mavacriro

ROBERTO R. ha detto...

ALBUM VI

“IN THE NIGHT” album dei Dream Evil (2010)

Gruppo svedese di Speed/Power metal, ma anche classicamente di Heavy Metal anni ’80.

Questo quinto album, dopo 4 dal 2002, è un lavoro grintoso dove presente è anche la tecnica. L’inventiva non è eccezionale ma vibra un minimo di personalità. Così alcuni brani ricordano troppo pezzi già sentiti, ma nella maggior parte di essi questo non avviene (di certo è un album meno contaminato di “To the Metal” dei Gamma Ray).

Le influenze sono quelle classiche dei tedeschi Accept; degli inglesi Judas Priest e Iron Maiden. Due belle canzoni come “Immortal” dal riff super sentito che possiede un ritornello che ricorda appunto molto i Judas e come “In the fires” il cui ritornello ricorda gli Iron, il resto, nonostante alcuni brani sotto tono, vive abbastanza di luce propria.

“IN THE NIGHT” inizia con accordi stantii, ma poi si riprende con un songwriting interessante; il duetto voce solista/cori è potente. Il middle time è incalzante e il tutto si presenta compatto e convincente.
“BANG YOUR HEAD”, classico Judas-style, è cantato con voce fluida ma dura al punto giusto, e quando si acutizza sembra proprio la voce di Halford (Judas singer).
“SEE THE LIGHT” inizia con rivoli di chitarra dinamici e si infila in un set acustico allegro e orecchiabile. La parte cantata ha una sonorità che ricorda lo stile Europe.
“ELECTRIC” attacca l’ascoltatore con forza rockenrollante, anche se perde qualcosa al momento del ritornello che risulta troppo scontato.
Quando parte la cavalcata “MEAN MACHINE” si avverte maggiore epicità, il brano rimane semplice ma incisivo.
Canzone assassina, come il titolo esprime, è “KILL, BURN, BE EVIL”, scatenata e feroce. Un brano compatto e tenace.
La sorpresa è “THE UNCHOSEN ONE”; non sembra un brano di quest’album tanto lo stile risulta diverso. Ma è una piacevole sorpresa, forse è il pezzo migliore del disco. La linea melodica viene accompagnata da tastiere che fanno la parte dei violini, con cori assolutamente differenrti da quelli duri degli altri brani, che rendono con pathos l’evoluzione della canzone.
“THE RETURN” è il brano che fa venire in mente i Saxon; con batteria solo a tratti velocissima, riesce a risultare il brano più violento. E’ forse l’unico pezzo all’altezza di “The unchosen one”. La parte più morbida non diminuisce la potenza del brano.

La caratteristica del gruppo che qui risalta è la capacità interpretativa vocale ma anche la presenza continua dei brevi cori fortemente arricchente l’anima metal dei pezzi.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace
MUSICA

Nella seconda metà degli anni ’70 il Rock ha subito un improvviso declino: la nascita del Punk e fenomeni di grande importanza come la New-Wave, l’Hardcore, il Post-Punk o il Dark Rock (tutti discesi sempre dal Punk), ha determinato un recesso della musica inglese Hard Rock e Prog Rock Questa crisi fece anche vittime illustri come Deep Purple e Black Sabbath. Mentre il Prog si riprese in seguito, l’Hard Rock si evolse in Heavy Metal, con gruppi come i Judas Priest o i Thin Lizzy. Insieme a loro c’erano Aerosmith, gli AC/DC o i Rainbow, che riuscivano a produrre dischi di buona qualità, valendosi del chitarrista Ritchie Blackmore e del cantante Ronnie James Dio.

Scritto da : rapacro
ALBUM VIII

“WICKED SYMPHONY” - “ANGEL OF BABYLON” Due album degli Avantasia (2010)

ROBERTO R. ha detto...

Tobias Sammet è la mente iperprolifica di Edguy e Avantasia.

Rispetto ai precedenti tre album, questi due sono minori; si cerca troppo l’orecchiabilità facile. Assomiglia infatti più ad un disco degli EDGUY, gruppo originale di Tobias Sammet. Naturalmente la classe di Tobias non permette di concepire un album scadente, e infatti questi sono buonissimi, però non aggiungono molto alla saga discografica del progetto (si ricorda che gli AVANTASIA sono appunto un progetto metal, il quale prevede la presenza di molti ospiti esecutori tra cantanti e musicisti. Il titolo del progetto è la fusione delle parole Avalon e Fantasia).
Essi sono i successori della saga intitolata “Scarecrow” (il terzo album).
Vi troviamo, tra le voci, Kiske, ex cantante dei tedeschi Helloween; Matos, ex cantante dei brasiliani Angra; Meine, cantante dei teutonici Scorpions. Insomma, Tobias si attornia di grandi voci senza timore, anche rischiando di sfigurare. Egli, infatti, non appare il migliore fra i vari, anche se rimane ottima la sua performance non solo come capacità vocale ma anche come capacità intrepretative. E tra i musicisti Kulick, chitarrista dei KISS; Holzwarth, drummer dei Rhapsody Of Fire.

I pezzi migliori per me sono:

“The Wicked Symphony”
SCALES OF JUSTICE, è Judas Pristiana e non poteva essere diversamente perché la canta Tim “Ripper” Owens, ex cantante dei Judas appunto (che come sempre fa il verso ad Halford, il vero singer Judas). E’ dura ma anche di ampio respiro.
“BLIZZARD ON A BROKEN MIRROR” porta l’ascoltatore verso una atmosfera tra il Pop Metal e il Progressive, e la voce costruisce una linea melodica dal pathos pieno. Andre matos si conferma grande voce che sa salire ad altezze siderali.
Non abbiate ribrezzo, l’inizio tastieristico di “CRESTFALLEN” fa pensare ad un brano ipercommerciale, ma invece è un gran bella canzone, infatti, sebbene non durissima strumentalmente, è incattivita dall’interpretazione vocale di Jorn Lande (Masterplan) usata con eclettismo.
“FOREVER IS A LONGTIME”, stile alla Whitesnake soprattutto grazie alla voce calda di Jorn Land che qui ricorda molto Coverdale, è accattivante e suonata con morbida classe bluesata.
“STATES OF MATTER” usa un arrangiamento compatto, con una linea vocale orecchiabile ed efficace che rimane nella testa. Fa ballare e scatenare. Alla voce Russen Allen (Symphony X).

ROBERTO R. ha detto...

“Angel of Babylon”
“STARGAZERS” presenta voci diverse (Lande/Kiske/Allen) che si alternano con grande maestria. Si produce una magica atmosfera inizialmente rarefatta che poi prende consistenza con ritmo e anche cattiveria finale. Ottimo il secondo assolo di chitarra che ricorda lo stile Blackmoriano molto legato alle influenze della musica classica. E’ assolutamente la miglior composizione di quest’album.
“DEATH IS JUST A FEELING” è cantanta da un ruvido ma splendido Jon Oliva (proveniente dagli ormai sciolti storici Savatage; americani), che interpreta con verve teatrale un brano accattivante ed efficace (sembra un po’ Alice Cooper).
“SYMPHONY OF LIFE” sorprende poichè non ha niente a che fare con lo stile del resto del disco. Si tratta di una canzone che ricorda più il gothic metal (con venature sinfoniche) dei Within Temptation (olandesi) o degli Evanescence (americani). Ma è molto bella e intensa, cantata dalla mezzosoprano Cloudy Yang, da tempo corista con Tobias, e per la prima volta qui voce solista.
Finalmente una bella canzone tirata, senza troppi fronzoli; si tratta di “PROMISED LAND”, ariosa e allegra. Canta Lande.
Niente male “JOURNEY TO ARCADIA” che conclude l’album con l’intensità romantica (in senso culturale e non sentimentale) adatta ad un finale di storia. Qui, ad Allen, si aggiunge la voce del britannico Catley (Magnum). Sarebbe stato un brano perfetto per la teatralità di Meat Loaf (lo stile è simile).

Cosa penso?
Rispetto a ciò che mi aspettavo, ondeggio fra la soddisfazione e la delusione. Speravo in un disco più Heavy, invece un terzo dei brani presenta una certa faciloneria nei ritornelli, buttati là con troppa leggerezza. Gli arrangiamenti sono invece così curati e raffinati da riuscire a potenziare il livello compositivo. Inoltre la qualità degli assoli chitarristici compensa ampiamente il livello minore di alcune linee melodiche. Sfiorando soltanto il power metal dell’inizio avventura, troviamo un hard rock e un pop metal legato a un songwriting alla Rainbow del secondo periodo (senza R.J.Dio); alla Alice cooper; alla Europe; alla Bon Jovi e tipologie di metallo che strizzano l’occhiolino al mercato più commerciale.
Dischi di qualità, ma Tobias aveva scritto pezzi di Avantasia che ormai sono storia indelebile del Metal che non ha saputo, stavolta, eguagliare.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

“Angel of Babylon”
“STARGAZERS” presenta voci diverse (Lande/Kiske/Allen) che si alternano con grande maestria. Si produce una magica atmosfera inizialmente rarefatta che poi prende consistenza con ritmo e anche cattiveria finale. Ottimo il secondo assolo di chitarra che ricorda lo stile Blackmoriano molto legato alle influenze della musica classica. E’ assolutamente la miglior composizione di quest’album.
“DEATH IS JUST A FEELING” è cantanta da un ruvido ma splendido Jon Oliva (proveniente dagli ormai sciolti storici Savatage; americani), che interpreta con verve teatrale un brano accattivante ed efficace (sembra un po’ Alice Cooper).
“SYMPHONY OF LIFE” sorprende poichè non ha niente a che fare con lo stile del resto del disco. Si tratta di una canzone che ricorda più il gothic metal (con venature sinfoniche) dei Within Temptation (olandesi) o degli Evanescence (americani). Ma è molto bella e intensa, cantata dalla mezzosoprano Cloudy Yang, da tempo corista con Tobias, e per la prima volta qui voce solista.
Finalmente una bella canzone tirata, senza troppi fronzoli; si tratta di “PROMISED LAND”, ariosa e allegra. Canta Lande.
Niente male “JOURNEY TO ARCADIA” che conclude l’album con l’intensità romantica (in senso culturale e non sentimentale) adatta ad un finale di storia. Qui, ad Allen, si aggiunge la voce del britannico Catley (Magnum). Sarebbe stato un brano perfetto per la teatralità di Meat Loaf (lo stile è simile).

Cosa penso?
Rispetto a ciò che mi aspettavo, ondeggio fra la soddisfazione e la delusione. Speravo in un disco più Heavy, invece un terzo dei brani presenta una certa faciloneria nei ritornelli, buttati là con troppa leggerezza. Gli arrangiamenti sono invece così curati e raffinati da riuscire a potenziare il livello compositivo. Inoltre la qualità degli assoli chitarristici compensa ampiamente il livello minore di alcune linee melodiche. Sfiorando soltanto il power metal dell’inizio avventura, troviamo un hard rock e un pop metal legato a un songwriting alla Rainbow del secondo periodo (senza R.J.Dio); alla Alice cooper; alla Europe; alla Bon Jovi e tipologie di metallo che strizzano l’occhiolino al mercato più commerciale.
Dischi di qualità, ma Tobias aveva scritto pezzi di Avantasia che ormai sono storia indelebile del Metal che non ha saputo, stavolta, eguagliare.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace

ROBERTO R. ha detto...

GATES OF BABYLON” (Rainbow) dall’album “Long live rock’n’roll”(1978)

Lasciati i Deep Purple (che continuano con un nuovo chitarrista), Ritchie Blackmore fonda l’”Arcobaleno” che nel ’75 fa uscire il primo album. Ne saranno pubblicati 8 in vent’anni, ma i più duri sono il secondo e il terzo, cantati da Ronnie James, che canta proprio “da Dio” come il suo nome d’arte (il vero nome, di origine italiana, sarebbe Ronald James Padavona). Nel terzo, “Long Live R’n’R”, c’è questa song della settimana “Gates of Babylon”, e l’album possiede alcune durezze dell’Heavy Metal prossimo a nascere. Le atmosfere hanno un che di Epico, con accenni power (non esiste ancora il termine Power Metal). Dal 1981, senza la voce “divina”, il suono diventerà più commerciale.

In tutto il brano è impressa una forte caratterizzazione medio-orientaleggiante, che in realtà era già stata utilizzata da altri gruppi (vedi Kashmir dei Led Zeppelin). Inizia con una tastiera che fa aleggiare un’aria di mistero e poi scatta in una ritmica particolarmente cadenzata, che accompagna la voce stupenda, maestosa e lirica di Ronnie James Dio. Ma il brano tutto è maestoso, e porta verso un assolo chitarristico la cui classe è assoluta: Blackmore accarezza dapprima la sua chitarra in note allungate e poi infligge una appassionata suadente melodia. Uno dei più grandi brani Hard Rock degli anni ’70. La fine ripropone la tastiera iniziale lasciando una strana melanconia nelle orecchie.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace “Eravamo un manipolo di eroi” di Stefano Bollani (2006).
Stefano Bollani è un compositore e pianista jazz italiano; si è diplomato al conservatorio di Firenze nel 1993 e dopo una breve esperienza pop con Irene Grandi, Raf e Jovanotti è diventato velocemente uno dei jazzisti italiani più apprezzati da critica e pubblico. Ha collaborato con molti grandi musicisti, come Gato Barbieri, Lee Konitz, Pat Metheny, Michel Portal, Enrico Rava, Paolo Fresu, Richard Galliano, Hann Bennik e Phil Woods. La collaborazione più importante e prolifica è quella con il Enrico Rava. Nel 1998 vince il premio della rivista Musica Jazz come miglior nuovo talento, premio conferitogli anche dalla rivista giapponese Swing journal (New Star Award) nel 2003, anno in cui la rivista inglese Mojo segnala il suo disco Smat Smat come uno dei migliori dell'anno. Tra gli ultimi lavori I Visionari (2005), in formazione di quintetto, Piano Solo (2006), The Third Man (2007), con Rava, e l'ultimo Bollani-Carioca (2007) in cui il pianista con alcuni altri musicisti rivisita brani della tradizione brasiliana. Sempre nel 2007 Bollani vince il prestigioso Hans Koller European Jazz Prize come migliore musicista europeo dell’anno 2007. Lo stile di Bollani è particolarmente eclettico e ricchissimo di citazioni musicali. Ha pubblicato anche alcuni libri fra cui L'America di Renato Carosone e La sindrome di Brontolo. Nel 2008 riceve, insieme ad Enrico Rava, una Nomination come Best Jazz Album per "The Third Man", agli Italian Jazz Awards 2008 "Luca Flores". Nel 2009 ha collaborato, fra gli altri, con Chick Corea proponendo un duo pianistico senza precedenti in varie città d'Italia. Bollani testimonia che ormai in Italia esiste un grandissimo jazz, che non ha nulla da invidiare ha quello d'oltreoceano, e non è più colonizzato in alcun modo dai modelli americani.

"Eravamo manipolo di eroi” è il pezzo di apertura del CD “Jazz italiano live 2006”. Al ritmo di una originale bossa nova il musicista crea brillantemente un ricamo di note: i colori luminosi della melodia del pianoforte sono stemperati dagli altri strumenti in continuo scambio di ruoli. Il fraseggio è perfetto e sempre originale. Oltre a Stefano Bollani al pianoforte, Ares Tavolazzi è al basso, Walter Paoli è alle percussioni. Roberto R.

Scritto da : mavacriro

ROBERTO R. ha detto...

IL VALORE DELL'OPERA D'ARTE IN RELAZIONE ALLA NOTORIETÀ DELL'AUTORE
Stabilire il valore di un'opera d'arte in relazione alla notorietà dell'autore testimonia la crisi del concetto di arte come realtà che vive di vita autonoma e si impone all'uomo con il suo mistero.
Infatti, decidere del valore di un'opera in relazione alla provenienza significa sconfessare la realtà autonoma dell'opera, ovvero disconoscere che l'artista è soltanto un faber, un medium, spesso inconsapevole, che mette in comunicazione gli uomini con un universo che si rivela attraverso il linguaggio dei cromatismi, dei segni e delle forme.
Incuriositi e meravigliati abbiamo apprezzato sorridendo l'acuta provocazione "concettuale" di Piero Manzoni che, negli anni '60, inscatolò le proprie feci indicandole come opera d'arte. Pur trattandosi di escrementi, quella materia era nobilitata in quanto prodotto di un artista. Così Manzoni stigmatizzava che la stima di un'opera d'arte si fosse fondata sulla sua genesi piuttosto che su endogeni connotati oggettivi. A questa provocazione, come ho detto, abbiamo sorriso e non ci siamo sentiti parte di questo equivoco.
Tuttavia, senza saperlo, ridevamo di noi stessi perché oggi, nel consorzio umano, al fine della stima del valore artistico ed economico di un'opera, è prioritaria la notorietà del suo autore, dimenticando che fra tutte le numerose opere realizzate in vita dagli artisti più celebrati, solo alcune sono capolavori.
Un modo per uscire dall'equivoco è ritenere che il mercato dell'arte, che necessita di strumenti per individuare l'oggettivo valore economico dell'opera, non abbia nulla a che vedere con l'arte stessa.
Infatti, trattare un'opera stabilendone un valore economico oggettivo considerando il valore artistico intrinseco come uno dei tanti parametri di valutazione come l'autore, il contesto ed il periodo storico ed altro, equivale a degradare l'opera a un bene " da collezione", come se fosse un francobollo.
Naturalmente con questo non si vuole dire che l'indagine che porta ad individuare il contesto storico di un'opera, la scuola, e possibilmente l'artista che ne è l'autore, non abbia significato: l'analisi storico-sistematica è un determinante strumento di interpretazione del lavoro che l'artista produce spesso inconsapevolmente, forse attingendo da archetipi collettivi, e che quasi sempre è il precipitato di un'epoca. Su questo tipo di indagine può fondarsi l'interpretazione dell'opera, ma non un automatico giudizio sul valore economico dell'opera stessa, ammesso che le espressioni del linguaggio e del mistero dell'universo umano possano essere monetizzabili. Roberto R.

Scritto da : mavacriro
MUSICA

ROBERTO R. ha detto...

“THE GUESSING GAME” - Album dei Cathedral (2010)

Un gran bell’album, e finalmente inglese. Ma guarda caso non è un gruppo nuovo, che ormai tutto nasce in Europa fuorchè in Gran Bretagna.

Lee Dorrian ex-cantante di band molto violente decise per un tipo di metal differente e formò i Cathedral suonando il lentissimo doom metal. Successivamente verranno inserite atmosfere variabili andando verso momenti folk e stoner.
La loro carriera vedrà la pubblicazione di 8 album da studio a partire dal 1991, quest’anno è arrivato il decimo che è addirittura doppio (ma erano cinque anni che non facevano uscire nulla).

Se si vuole sentire che suono fa la Roccia, cioè la traduzione del termine Rock, questa band ha il sound sporco al punto giusto. Si può sentire il doom sabbathiano e la sonorità stoner che la fanno da padroni. Ma vengono coinvolte anche influenze psichedeliche (che avrei voluto ancora più consistenti) e caratteristiche anni ’60, con tastiere che ammorbidiscono la durezza dell’album, creando però flash surreali e non dolcezze mielose.

“FUNERAL OF DREAMS” fa capire che non ci saranno solo riff stoner ma anche ambientazioni meno “normali” con voci inquietanti e coretti pseudo infantili che portano a ricordi di tempi passati.
“CASKET CHASER”, forse il brano migliore, è graffiante e ricorda che i Black sabbath sono i maestri. Un 4/4 secco e mediamente veloce e una voce senza pietà.
“DEATH ON AN ANARCHIST” inizia con una chitarra acustica stile Metallica, poi entra la ritmica lenta che accompagna tutto il pezzo. Un brano dal suono triste e senza speranza che finisce veloce e ossessivo.
Un brano strano,“RUNNING MAN” non mette tranquillità, non è durissimo, ma usa dissonanze e un finale acido psichedelico che non hanno alcuno scopo rilassante.
“REQUIEM FOR THE VOICELESS” è il più vicino al classico doom lentissimo che in altre band annoia, ma non qui, dove la pesantezza si lega alla forza espressiva. Anche qui tornano di prepotenza elementi Sabbathiani.
“EDWIGE’S EYES” sembra più allegra, ma è solo parvenza, perché non è assolutamente gentile, nonostante il ritornello si possa cantare.
“JOURNEYS INTO JADE” è forse la song dal suono più moderno e meno ossessiva. Però non esce dall’ottima atmosfera cupa del disco.

Insomma è un album di stoner metal, che però si permette di giocare con inserti sonori poco tradizionali. In conclusione un lavoro non commerciale ma artistico che è costruito per i veri amanti della Musica, i quali nel rock duro non vogliono trovare la solita solfa.

Roberto L.

Scritto da : sky-robertace
MUSICA

ROBERTO R. ha detto...

“SLASH” di Slash (2010)

Il suo vero nome è Soul Hudson; chitarrista britannico quarantacinquenne, naturalizzato statunitense (ma sua madre era afroamericana e suo padre aveva origini ebraiche) è stata una delle anime dei Guns and Roses scioltisi nel ’96. Sua madre è stata stilista di Iggy Pop, David Bowie e Ringo Star, mentre suo padre faceva il creatore di copertine d’album.
Il suo caratteristico look è un cappello a cilindro (anche altri famosi chitarristi portavano spesso un cappello, come Blackmore dei Deep).

Nel 1995 esce con gli Snakepit; nel 2004 esce con un nuovo gruppo ancora, i Velvet Revolver che hanno all’attivo anche loro come i primi, momentaneamente, due dischi.

Questo suo da solista è un lavoro dal carattere molteplice, nonostante lo stile unitario. Come Sammet con gli Avantasia, anche Slash prova l’arma del disco pluripartecipato, ma qui gli ospiti sono più attivi sia nella composizione che nella libertà espressiva. La chitarra è preponderante in questo lavoro, ma lo spazio lasciato ai singoli musicisti intervenuti è ampio, così da portare nell’album molto di loro stessi. Lo dice lo stesso Slash in una intervista rilasciata alla rivista Metal Hammer:
“…ho fatto tutto da solo per le traccie strumentali. Quando invece mi sono occupato delle voci, ai cantanti davo soltanto delle direttive, lasciandoli liberi di esprimersi come meglio credevano. I testi, invece sono completamente opera loro. Ciascuno ha scritto il suo”.
Comunque non ci sono assoli chitarristici stanchi, Slash ci si è dedicato con impegno, e non si è messo troppo in secondo piano rispetto agli altri, il disco è rimasto suo.

L’album apre con un brano, “Ghost”, che ricorda suoni U2, ma è cantata dal cantante dei Cult che si esprime al meglio con la sua voce caratteristica, buon pezzo ma non fra i migliori.
“CRUCIFY THE DEAD” introduce un classico Ozzy Osborne (ex-Black sabbath). In tv si è rivelato una persona difficile da stimare, ma la sua voce dal particolare timbro metallico rimane piena di fascino. La canzone è bella, dolce e forte al tempo stesso. Atmosfera di ampio respiro, con chitarra acustica e poi riff distorti dal carattere appassionato. Assolo di chitarra sibilante.
“BABY CAN’T DRIVE” ricorda i cari vecchi Guns, e qui si capisce che Slash ne era la vera anima (più del cantante il cui ultimo album, pur bello, si discosta un po’ dal metallo prodotto ai tempi dei G&R). Un rock sporco e cantabile di quello che non sarebbe esistito senza le presenze passate di Rolling Stones ed Aerosmith. Lo stile è Glam/Hair/Street metal e Slash ne è un degno axeman. Voce energica senza sbavature.
“BEAUTIFUL DANGEROUS” non è hard rock puro ma è suadente e penetrante. La voce sexy e bluesata è di Fergie, la cantante che pur facente parte del gruppo hip hop Black Eyed Peas, qui è adeguatissima. Il ritmo è un middle-time ma l’arrangiamento è denso, non lascia vuoti.
“BACK FROM CALI’”, pezzo elettrico e voce calda, possiede uno stile hardrock LedZeppeliniano, associato ad un senso blues alla Whitesnake, a volte simil stonermetal. E’ un altro middle-time che, nonostante la lentezza del ritmo, possiede potenza e non annoia.
“BY THE SWORD” ancora una volta fa sentire le influenze blues, in un duetto iniziale di chitarra-voce. La linea melodica risuona parzialmente pop, ma il tutto rimane sostanzialmente hard. Si percepisce una sonorità alla Led apportata anche dalla voce che ricorda Robert Plant non solo del periodo coi Led Zeppelin ma anche di quello della carriera solista. L’assolo liquido di chitarra sottolinea la capacità di Slash a non usare soltanto la velocità, ma a cercare bellissime soluzioni melodiche.

Roberto L.

ROBERTO R. ha detto...

Ed ecco che irrompono i Motorhead con “DOCTOR ALIBI” che sembra proprio un loro roco Heavy RocknRoll Metal, non solo per la voce di Lemmy, ma anche per la struttura compositiva e l’arrangiamento. Ottima prova, semplice ed avvincente.
C’è anche un brano strumentale dove partecipa Grohl (ex-Nirvana ora Foo Fighters). “WATCH THIS” è elettrico e cadenzato. Basta a se stesso, non è un riempitivo. Si tratta di un middle-time pregno di chitarre ritmiche e soliste che si scatenano in un sound americaneggiante in cui l’ascoltatore viene attratto. Brevi istanti ricordano suoni alla Kiss o Bon Jovi.
“NOTHING TO SAY”, sembra apparentata con il speed metal, ma lo è soltanto in modo parziale; risulta invece qualcosa d’altro (la linea vocale può ricordare anche i Rasmus). Forse questa è la song più strana, in cui l’orecchiabilà e la durezza se la giocano ad armi pari. Originale. Batteria ossessiva, un riff d’effetto, assolo di chitarra stupendo.

Negli altri brani, tutti interessanti, ma minori, troviamo altri musicisti cosciuti, tra i quali: Cornell del gruppo stoner metal dei Soundgarden; Levine del gruppo pop funky dei Maroon 5 che forse stona un po’ col disco; Iggy Pop e poi Kid Rock. Quest’ultimo canta una canzone che mi è piaciuta molto, cioè “Hold on”, piuttosto commerciale ma intrigante e fortemente accattivante, solo che mi ricorda troppo qualcosa di già sentito (ma che non riesco a ricordare) e quindi non mi sento di catalogarla tra le migliori, con dispiacere.
Inoltre troviamo “Paradise city”, una cover dei Guns and Roses che Slash però modifica appena, mettendoci l’unica variante della modalità rap del cantato (il ritornello non aggiunge nulla, è quasi come l’originale, e l’arrangiamento pure), troppo poco per risultare interessante. Se le cover non sono realizzate con un valore aggiunto per me sono inutili.

In conclusione, il vecchio sound ne racconta ancora delle belle, ma l’inserimento di linfa mista crea risultanti efficaci di rinnovamento. Continua così Slash!

Anonimo ha detto...

“L’OMBRA DEL VENTO” – romanzo di Carlos Ruiz Zafòn (2001)

Il romanzo, ambientato nella Spagna franchista, ha sullo sfondo l’ambiente dell’epoca, ma la storia è una storia d’amore e morte, dove la morte ha una parte grande, ma non di tipo politico. E’ una morte che divide e unisce emotivi sentimenti personali e sofferenze private interiori.

Al centro degli eventi un libro, scritto da un misterioso Carax, che ha pubblicato pochi libri i quali nemmeno hanno avuto successo.
Daniel, il personaggio principale, dall’età di undici anni (nel ’45), durante tutti gli anni successivi fino all’inizio deglia anni ’50, si trova a seguire le tracce del mistero fatto nascere dal libro, portando avanti una personale indagine che lo porta a riaprire ferite e a rivitalizzare odii che erano rimasti in sospeso: chi è Carax e come mai non si trovano che pochissime copie delle sue opere nel mondo? Ad aiutarlo nell’impresa dal carattere un po’ adolescenziale, si trova il signor Fermìn, uomo estroverso ed intraprendente che risulta essere una risorsa necessaria e puntuale, bravissima nell’ottenere informazioni. Si tratta forse della figura meglio costruita dall’autore.

Amori e amicizie negate che portano alla tragedia. Nelle pulsioni adolescenziali dei personaggi si dipanano fatti che tendono a far maturare Daniel e a crescere nelle responsabilità. Né violenza né minacce (queste fatte dalla polizia ma anche da un uomo dal volto deturpato) faranno retrocedere il ragazzo, ma la tristezza di vite traumatizzate non se ne andrà e lascerà al lettore un senso di malinconia.

Interessante notare che il contenuto del libro di Carax non è mai menzionato, non serve alla storia. Zafòn non descrive l’amore per la lettura; sebbene vi sia una biblioteca speciale detta “Cimitero dei libri dimenticati” e Daniel lavori con il padre in una libreria di loro proprietà, e compaia una penna costosa regalata per iniziare la scrittura. L’autore è più interessato a descrivere le donne e l’effetto che hanno sugli uomini, in una atmosfera decadente. La scrittura non è pesante nonostante le visioni d’una Barcellona grigia e piovosa. Alcuni momenti sembrano tracciati troppo frettolosamente (anche la conclusione), ma nel complesso risulta molto godibile e la capacità dello scrittore si nota dal fatto che viene voglia di correre nella lettura per sapere cosa succede.

Zafòn è nato nel ’64 a Barcellona. Questo romanzo ha avuto molto successo in Europa.

Roberto L.

ROBERTO R. ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
ROBERTO R. ha detto...

MUSICA

"Wind of change" - Scorpions

Come commento musicale al video-pubblicità del Blog su youtube (http://www.youtube.com/watch?v=HVTP_q1ZPZU), è stato scelto il brano “Wind of change”. Wind of Change è una famosa canzone della rock band tedesca Scorpions. La ballata fu composta nel 1990 dal cantante Klaus Meine, ispirato dai cambiamenti politici che si stavano allora verificando nell'Europa dell'Est. La canzone è inserita nell'album Crazy World, ma compare anche in Live Bites, Moment of Glory e Acoustica ed è riconosciuta come uno dei simboli della riunificazione della Germania. Nel paese, è uno delle canzoni più vendute di tutti i tempi. Wind of Change è stata anche tradotta dall'inglese in altre due lingue, in russo (Ветер Перемен) e in spagnolo (Vientos de Cambio). Wind of Change inizia con Klaus Meine che fischia accompagnato solo dal chitarrista solista Matthias Jabs. Rudolf Schenker in questa canzone usa una chitarra acustica per tenere il tempo insieme al bassista Francis Buchholz e al batterista Herman Rarebell. Il ritornello è piuttosto lungo e si arriva quasi subito all'assolo eseguito dal chitarrista Rudolf Schenker. Wind of Change è una delle poche canzoni dove l'assolo viene eseguito dal chitarrista ritmico Rudolf Schenker anziché da Matthias Jabs. Il basso di Francis Buchholz è decisamente sonoro e si fa sentire solo al momento del ritornello, come anche la batteria di Herman Rarebell.

Gli Scorpions sono un gruppo hard & heavy tedesco fondato nel 1965 nella città di Hannover, Germania, dal chitarrista Rudolf Schenker. Influenzati largamente dall'atmosfera degli anni sessanta, gli Scorpions divennero famosi per le tracce Rock You Like a Hurricane, Wind of Change, No One Like You e Still Loving You ed altre che hanno rappresentato un importante punto di riferimento per le successive band di questo genere musicale. Dopo circa un decennio di declino la band ha ricominciato a produrre album di grande qualità come Unbreakable (2004) e l'ultimo Humanity - Hour 1 pubblicato in tutto il mondo nel 2007. La band ha venduto in oltre quarant'anni di attività più di 100 milioni di dischi nel mondo ed è considerata come una delle maggiori realtà musicali della storia musicale tedesca e mondiale per il genere hard & heavy.
Roberto R.

Testo della canzone

I follow the Moskva
Down to Gorky Park
Listening to the wind of change
In August summer night
Soldiers passing by
Listening to the wind of change

The world is closing in
And did you ever think
That we could be so close, like brothers
The future's in the air
I can feel it everywhere
Blowing with the wind of change

Take me to the magic of the moment on a glory night
Where the children of tomorrow dream away
in the wind of change

Walking down the street
Distant memories
Are buried in the past forever
I follow the Moskva
Down to Gorky Park
Listening to the wind of change

Take me to the magic of the momentt on a glory night
Where the children of tomorrow share their dreams
With you and me
Take me to the magic of the moment on a glory night
Where the children of tomorrow dream away
in the wind of change

The wind of change
Blows straight into the face of time
Like a stormwind that will ring the freedom bell
For peace of mind
Let your balalaika sing
What my guitar wants to say

Take me to the magic of the moment on a glory night
Where the children of tomorrow share their dreams
With you and me
Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow dream away
in the wind of change

ROBERTO R. ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
ROBERTO R. ha detto...

LETTERE D'AMORE NEL FRIGO di Luciano Ligabue
Sono frammenti di cielo. Dirompenti stralci emotivi grondanti di vita che si sciolgono al tepore raggelato delle parole.
La cruda e a volte inosservata eccezionalità dell'esistenza viene raccontata attraverso l'illuminazione degradante dei suoi aspetti più mediocri, la verità sostanziale dei suoi banali accenti d'impotenza, per esaltare il vigore prorompente della vita anche di fronte alla cieca brutalità insensibile del destino
100 lettere che appaiono straziati lacerti interiori, che nascondono dietro all'apparente calma inattentata un'ebbrezza insana anelante alla vita.
Come sempre, Ligabue ferisce con slancio nel segreto degli spazi interiori, si fa strada nel buio denso degli abissi umani, nella sottile rivalsa inascoltata dei silenzi.
Dimostrando come il suono muto delle parole spogliate di musica possa a volte somigliare ad un sottofondo disincantato dell'esistenza.
Valentina Rapaccini

ROBERTO R. ha detto...

Alessandro Stivala – Becco d’aquila

Ho letto il libro di Alessandro in un giorno. Mi è piaciuto molto.
Parafrasando una celebre frase di Michael Ende, viene un momento in cui dobbiamo fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. Per Alessandro questo momento è la malattia, una sindrome che trasforma il corpo in un nemico, ma non toglie libertà al pensiero. Con lucidità Alessandro rivive momenti felici della sua vita, senza cedere alla tentazione di una autocommiserazione per la situazione attuale. La malattia può distruggere il futuro, minando concretamente le prospettive di una vita vivibile, ma non può incidere sul vissuto pregresso che rimane un patrimonio, una traccia di cui ognuno può disporre. Pur nella drammaticità della situazione attuale, si percepisce una disperata positività: la vittoria dell’uomo sulla malattia non è la guarigione, ma la conservazione della dignità, della forza dirompente del pensiero.

Cristina Spera

ROBERTO R. ha detto...

Secondo i neodarwiniani e neoidealisti la caratteristica della vita umana risiede nella vita intelligente, nel nesso cervello-mente-pensiero. Se il cervello però non funziona o funziona male da non permetterci la vita della mente ? (mancuso)

Se un disabile mentale sorride...lasciatelo sorridere, e se piange consolatelo. E' comunque umano e vale più degli animali.
Roberto L.
4:21 PM
Anonimo ha detto...

Noi sentiamo che persino nell'ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati (Wittgenstein)

E pare che la gente comune non voglia porsi seriamente alcuna domanda.
Roberto L.

ROBERTO R. ha detto...

“MEMORIA STORICA”
Rivista del Centro Studi Storici Terni - 2002-01-01

La storia, se scritta bene, offre al lettore, non solo un apprendimento, ma anche un momento di piacere. La rivista “Memoria storica” non è una lettura dilettevole come è quella che offrono, per esempio, i libri della famosa collana di Montanelli, ma gli articoli di tale rivista sono comunque una lettura scorrevole ed efficace.
Luoghi pensati come banali, legati solo ad esperienze di semplice vita quotidiana, o solo di passaggio, talvolta nascondono eventi storici importanti per tutta la cultura nazionale. Nella rivista qui analizzata, si offrono, in un unico volume, periodi storici diversi di una Terni interessante, in cui i luoghi divengono teatro di eventi impensati per noi ternani che abbiamo vissuto quei posti come semplice tran-tran quotidiano. Eppure eventi che sono entrati nella storia comune di tutti gli italiani, come quando Terni e zone limitrofe divengono linea di confine per battaglie e guerre scatenate tra nord e sud.
Veniamo a sapere che nel 1600 la città aveva solo 6.000 abitanti, e che in quell’anno era divisa in 5 rioni. Che il convento delle suore Carmelitane Scalze, oggi presso “La Macchia di Bussone” (strada sopra S.Valentino), nasce nel 1613 a Piazza Europa (in una casa privata offerta da una agiata signora la quale si fa anch’essa suora).
Roberto L. - I parte

ROBERTO R. ha detto...

“MEMORIA STORICA”
Rivista del Centro Studi Storici Terni - 2002-01-01


Poi ci parla dei moti del 1831 quando tutta l’Umbria si solleva contro lo stato della Chiesa. Il 17 febbraio decadde il potere del Papa sulla città di Terni e fu istituito il Comitato Provvisorio di Governo. Il giorno dopo cade nelle mani dei rivoltosi anche Narni; a marzo viene presa Amelia. Resiste Rieti. Ma il 31 Marzo l’esercito papale entra a Terni, e il diario del Conte Graziani recita che Terni è tornata “all’obbedienza al papa con una tranquillità da fare stordire”.
Ma ancora la rivista ci parla delle lotte antipapali di anni prima, alla fine del 1700, quando Terni entrò a far parte della Repubblica Romana, diventando giacobina. Nel 1798 i soldati bobonici conquistarono Roma che era in mano ai francesi, da qui seguì una avanzata dei Napoletani verso l’Umbria. I Francesi allora scesero a Terni e ivi crearono l’estrema linea difensiva: la battaglia si svolse nella zona di Campomicciolo. E’ buffo, sebbene alquanto triste per i morti e i feriti di quel giorno, pensare a quel luogo come punto storico importante di una battaglia, che per noi attuali abitanti è solo un banale punto di passaggio per andare a Marmore (l’estremo limite collinare della città). Le armate Napoletane (che avevano un numero di combattenti ben quattro volte superiore alle truppe Napoleoniche) si erano accampate sulla piana di Marmore paese, mentre le truppe repubblicane erano appostate sulla contrada di Valenza, e quando i nemici scesero sulla strada da Marmore, francesi e ternani li colsero alle spalle scendendo dai colli (da Miranda?). Vinsero i repubblicani, ma si formò una guerriglia antifrancese, e la storia ci racconta di come vennero prese dai Repubblicani, mettendole a ferro e fuoco con saccheggi, città considerate occupate dai ribelli come Stroncone e Papigno. La crisi della Repubblica con l’insorgenza di rivolte popolari fu causata da un inadeguata valutazione dei problemi economici e sociali che una guerra continua alimenta e una insensibilità alla religiosità del popolo che non capiva la fanatica motivazione ideologica antiecclesiastica e l’intolleranza religiosa dei giacobini più estremisti.

Roberto L. - II parte

ROBERTO R. ha detto...

“MEMORIA STORICA”
Rivista del Centro Studi Storici Terni - 2002-01-01


E poi la rivista ci racconta delle violenze tra socialisti e fascisti in Umbria prima e dopo la marcia su Roma che fece salire al governo Mussolini. I socialisti legati alle idee rivoluzionarie esprimevano alcuni momenti di forza e provocazione, ma le violenze dei fasci furono statisticamente più rilevanti, considerando anche il fatto che spesso queste ultime erano appoggiate da forze dell’ordine, magistratura e anche uomini politici. Inoltre quelle di sinistra erano maggiormente punite con il carcere o la multa ogni volta che si imponevano processi agli atti di violenza, mentre i fascisti se la cavavano di solito senza condanne. Se si ammorbidiva la pena per i “terroristi” di sinistra lo si faceva con strane motivazioni come quando si arrivava persino a giudicare l’ideologia socialista una forma di malattia mentale: in un processo a sette contadini socialisti di Parrano, rei di aver obbligato due militanti del partito popolare a baciare la bandiera rossa, i giudici del tribunale di Orvieto, nella sentenza di condanna, concessero delle attenuanti agli imputati in quanto agirono “sotto l’impulso delle teorie sociali in cui si trovavano immerse le loro menti incolte; ond’ebbero a derivarne un’incompleta incoscienza di quanto illecitamente commisero”. Inoltre le violenze socialiste difficilmente se la prendevano con giornali e luoghi politici, mentre era diverso per i fascisti che attaccavano, distruggendole, le sedi delle riviste di sinistra e delle sedi di partito.

Per finire cito l’articolo in cui si racconta l’operazione tedesca atta all’eliminazione delle bande partigiane nella zona sud dell’Umbria. Nel ’43 la brigata partigiana Gramsci controllava un vasto territorio nell’alta Valnerina, all’incrocio delle provincie di Terni, Perugia e Rieti, con epicentro Norcia, Cascia e Leonessa. Si tratta di una “zona libera” in cui i partigiani tentarono di costituire un’amministrazione autonoma d’intesa con la popolazione civile. Battaglie tra tedeschi e partigiani si ebbero inizialmente a Leonessa; Monteleone di Spoleto; Poggio Bustone; Colfiorito. Ma dopo il 29 marzo 1944 la “grande impresa contro le bande” partigiane divenne più intensa e vennero distrutte intere frazioni abitate (Poggio Bustone; Villa Pulcini; Albaneto di Leonessa) e scontri con grossi rastrellamenti soprattutto di civili si hanno a Cascia; Morro; Leonessa; Cumulata. Nella seconda fase lo spostamento a ovest della lotta, porta ai rastrellamenti nelle zone di S.Urbano; Vasciano; Lugnola; Configni; Vacone; Rocchette; Calvi; Poggio; monte S.Pancrazio e Monte Cosce.
In realtà i partigiani combattenti uccisi o fatti prigionieri furono pochi, in linea di massima si trattava di popolazione civile inerme accusta di aiutare i partigiani (in parte vero). Quando la situazione di stallo a Cassino fu superata e fu avvenuta la liberazione dell’Italia Centrale, molti partigiani si arruolarono nei Gruppi di Combattimento del risorto esercito italiano.

Tutti questi fatti, dai tempi più lontani a quelli più vicini (come la seconda guerra mondiale), sentirli descritti nei posti che conosciamo fa un certo effetto e rende concreta una storia che sembra lontana da noi singoli individui e che invece ci appartiene tutta.

Roberto L. - III parte

ROBERTO R. ha detto...

Arte:
Quando l'arte incide sulla società?

Ogni espressione artistica diviene cultura comune solo se viene comunicata e resa pubblica il più possibile. Certa musica invece è solo locale e fa evolvere solo il luogo che la esprime. Ecco perché, parlando per esempio di Heavy Metal, i tedeschi “Helloween” hanno fatto la storia e i giapponesi “X Japan” no, eppure quest’ultimo è veramente di valore. Se un artista si espande nel mondo, può incidere nell’evoluzione stilistica e concettuale di quell’arte, se invece rimane relegata nel luogo d’origine, incide solo nel luogo d’origine. Questo, in un mondo globale, è una grave colpa dei giornalisti e degli operatori che lavorano nel campo. Se si smettesse di far vedere solo film americani la varietà artistica cinematografica crescerebbe con più ampia qualità, perché il fruitore, educato alla visione, si affezionerebbe a certa arte filmica indiana, africana o giapponese. Io, guardando alcuni film giapponesi, o serie televisive di quel paese, trovo che il pubblico italiano ne apprezzerebbe varie se fossero proposte giornalmente in tv. Il boicottaggio a priori (e non solo per motivi politici, ma anche di paura per l’odience) secondo me non è giustificato; anche le “massaie” riuscirebbero a fruirli con piacere. Un esempio è stato il pubblico infantile, che cresciuto con le modalità filmiche e di cartoon orientali, oggi, adulto, segue quella produzione piuttosto in massa. Ma penso che senza ricominciare dai bambini, molto di straniero non americano o europeo, potrebbe entrare senza particolari problemi negli occhi e nelle orecchie del pubblico italiano. Nell’Heavy Metal, i Metallica e i Guns and Roses hanno dimostrato negli anni ’80, il potenziale di massa che il rock duro poteva avere, quando le radio hanno iniziato a pompare questi due gruppi, le vendite in Italia, sono salite, non certo quanto Madonna o i Pooh, ma molto di più di prima dell’attenzione dei Mass Media. Se l’arte non ha chi la fa girare, rimane arte che non incide sulla società e quindi non vive, e la gente rimane ignorante e piatta.

Roberto L.

Anonimo ha detto...

"“AT THE EDGE OF TIME” – Blind Guardian – 2010

Dopo quattro anni dall’ultima opera (perchè per questo gruppo epico, ogni album può ben definirsi “opera” quasi fosse un lavoro di musica classica) esce uno stupendo album che per essere assimilato necessita di molti ascolti. E’ un disco difficile da descrivere in quanto piuttosto complesso.

Speciale è il pezzo d’apertura, “SACRED WORLDS”, che, iniziando in maniera sinfonica trasporta in lidi fantastici e onirici. Sono riff elettrici poi a introdurre la voce, andando a creare un brano di ampia sonorità con atmosfere dalle caratteristiche morbide e non violente.
“RIDE INTO OBSESSION” ci fa trovare i vecchi Blind Guardian, duri e dal ritmo di cavalleria metallica.
“VALKYRIES” è forse, con “Sacred Worlds”, la parte migliore del disco, in cui la magia epica si fonde con un canto dalla cadenza elegante, arricchita di seguito da una parte solistica strumentale altrettanto di classe.
“WAR OF THRONES” possiede un feeling acustico che cesella un brano melodico pieno di Pathos, che non perde caratteristiche di stampo epico, ma con toni più dimessi e gentili.
“WHEEL OF TIME” conclude un album non facile da assorbire ma sorprendente per quanto intrigante. Qui il sound fortemente arabico si embrica col sinfonismo della musica classica e con la distorsione della chitarra rock realizzando un ibrido dall’equilibrio perfetto. La canzone, con “Sacred World” e “Valkyries”, sembra concludere un trittico musicalmente riuscito (è una valutazione personale non suffragata da alcuna notizia, e non riguarda i testi, i quali non ho ancora analizzato, ma ciò che me lo fa dire è la raffinatezza della scrittura musicale che li accomuna ). Non è la prima volta che nel metal entra l’oriente, ma in “Wheel of time” l’arabismo è azzeccato più che mai.

Gli altri brani non sono affatto da considerare minori, infatti tutto l’album è riuscito appieno. Rispetto al passato l’opera è molto cantata e minore spazio è dato alle parti solo strumentali, sebbene sia estremamente ricco anche dal punto di vista strumentale. Il loro Metal si è poi fuso col sinfonismo in modo maggiore rispetto a come ci avevano abituati, hanno sempre avuto più uno stile epico che sinfonico, mentre stavolta hanno leggermente deviato, senza però perdere nulla delle loro vecchie caratteristiche. I “bardi” tedeschi fanno del loro nono album da studio un capitolo di alto livello, più alto rispetto al disco precedente anche se non il più alto della loro carriera (visto che “Nightfall in the middle-earth” del ’98 non potrà mai essere superato).
Unico dubbio: a ottobre il Guardiano Cieco sarà in Italia, riuscirà dal vivo a suonare in maniera efficace pezzi così sofisticati dal punto di vista degli arrangiamenti ?


I Blind Guardian sono un gruppo tedesco che rientra nello stile “Epic Metal” con forti caratteristiche Speed; Power e talvolta sinfoniche come in “At the edge of time”. Il loro sound si è evoluto da un metallo piuttosto violento degli inizi ad una durezza più raffinata successivamente. La voce è molto particolare, non assomiglia a nessun’altra; ma non è particolarmente versatile o potente, questo ha costretto a elaborare una serie di tecniche d’arrangiamento tali da arricchire in modo intrigante, con cori e doppie voci, la parte del cantato, ottenendo quindi una modalità nuova e seducente di sonorità che è divenuta estremamente personale, originale e riconoscibile. Nella loro musica si sentono le influenze dei Queen (soprattutto per le chitarre).

Roberto L."

Anonimo ha detto...

“BLACK COUNTRY” - Black Country Communion –2010

E’ tornato il rocker feudale, colui che qualunque cosa fa detta le regole. Glenn Hughes…il bassista/cantante britannico che, con chiunque collabori, fa diventare tutto suo lasciando una propria impronta netta. Qualsiasi cosa tocchi la rende speciale.
Quest’anno eccolo con un nuovo progetto, una nuova collaborazione che è la formazione di una band composta di quattro personalità di differenti provenienze musicali. Il gruppo si chiama Black Country Communion e i quattro sono tutti famosi: per prima cosa Lui, Hughes, detto “The voice of Rock”, ex-membro della terza fase dei Deep Purple dal ’74 al ’76; importante la presenza di Joe Bonamassa, chitarrista blues, in quanto anch’egli compositore dei brani di questo disco; poi alle tastiere il session-man Sherinian che ha avuto esperienze con Kiss e Dream Theater tra i vari; infine Jason Bonham che suona lo stesso strumento di suo padre, John…il Dio della batteria dei Led Zeppelin (ma il figlio è ormai del mestiere da molti anni).
Ne è venuto fuori un disco di gran classe che suona hard rock anni ’70 al 100% con intense venature blues.

L’opener “BLACK COUNTRY”, dalle tonalità scure, va alla carica con un attacco sonoro in cui la voce urlata è piena di caldo benvenuto. La chitarra poi fa il verso alla voce e l’elettricità scoppietta per tutto l’ascolto.
“ONE LAST SOUL” ci offre un riffing Deeppurpoliano a cui segue un cantato smaliziato e allegro ma che mantiene uno spirito frizzante ed elettrico.
Con una nota di psichedelia inizia “BEGGARMAN” che poi entra in una atmosfera dal suono sporco e avvolgente in cui sembra che il tempo non sia mai passato. Brano tirato e fresco, si rimane impigliati nelle maglie musicali di una camzone che si ficca nel cuore.
Il momento più bello e più elegante del disco è un pezzo soft, “SONG OF YESTERDAY”, composizione ricca dal punto di vista dell’arrangiamento senza risultare pomposa. Il tappeto tastieristico è delicato e la chitarra è fluida sia nella ritmica che nell’assolo. Quando l’assolo si fa acuto e disperato, pieno di pathos, anticipa la chiusura che si evolve senza riprendere la parte iniziale del brano, ma finendo in modo diverso dando un'altra piccola semplice e dolce emozione.
In “SISTA JANE” è abbandonato il lato Deep Purple per afferrare un che di Ac/dc. Pezzo intenso e acido, sebbene mediato dall’apporto vocale che infonde calore. Per un attimo si sente anche una chitarra che ricorda quella di Ted Nugent.
Bellissima la versione coverizzata di “MEDUSA” dei Trapeze, esperienza di Hughes precedente ai Deep. Questo pezzo fa la parte dei buchi di tarlo, fatti apposta per invecchiare un mobile nuovo.

Insomma, questo album è una ottima prova. Ogni cosa che sfiora Hughes diventa oro, ma si è fatto aiutare da gente che la sa lunga. Per il 60% si sentono le influenze Deep Purple ma non mancano le altre sonorità anni ’70 che misero le basi del rock duro, come Led Zeppelin o Ac/dc. Molto forte l’apporto blues di Bonamassa, e lo si sente grazie alle tirate chitarristiche portate all’estremo nei momenti di lungo assolo. Altre volte sembra che alla guitar ci sia Blackmore.
L’unica miglioria da fare sarebbe stata la presenza delle tastiere, a volte troppo in sordina nell’arrangiamento, ma che è mancata, secondo me, anche nel numero degli assoli, mentre invece avrebbe pesato favorevolmente per un grande effetto.

Roberto L.

Anonimo ha detto...

“BETWEEN LIFE AND DREAMS” – Deva (band italiana) – 2010

La voce è femminile e ricalca quella lirica di altri gruppi attualmente in voga. E se va di moda che una voce così canti Gothic o Symphonic, questo album di debutto dei Deva predilige lo stile Progressive Metal. Lo è nella classica struttura articolata, densa di ricchezza strumentale e piena di variazioni di ritmo e di atmosfera. Talvolta si approda al gotico e sinfonico ma soprattutto per le caratteristiche vocali di Beatrice Palumbo, non tanto per le forme stilistiche.
“YOUR VOICE” è forse il brano più vicino al Symphonic Metal. Ritmico e incalzante, è ammorbidito dalla voce lirica femminile che però non appare troppo dolce, è anzi un elemento che dona al sound un ulteriore carattere di forza e, talvolta, di sapore tagliente.
Più complessa e fascinosa “DANCING LANE”. Qui è mantenuto solo parzialmente il lato sinfonico per entrare nella dimensione progressive che è quella propria del disco. Appare per un breve momento, nella parte poco dopo quella iniziale, un inserto di pianoforte molto efficace ritmicamente, che poi non riappare, ed è un peccato. Piuttosto poi si sviluppano delle tastiere dal suono anni ‘70/’80 che contribuiscono ad arricchire un impianto strutturale progressive fatto di cambi di ritmo e atmosfere, rendendo il pezzo variegato e ricco di sfumature. Il canto non si allontana dalla struttura del brano e fa assolutamente parte del contesto in cui non è immediatamente riconoscibile la parte del ritornello.
“FADING FROM HERE” abbandona del tutto il risvolto sinfonico; la costruzione progressive si denota sin dall’inizio. Brano soft ad alto profilo stilistico. Non si tratta comunque di una canzone soave, piuttosto trasporta in una atmosfera dove si percepisce un carattere umorale piuttosto forte nonostante la morbidezza. Intrigante l’assolo di chitarra accompagnata da vocalizzi che fanno terminare il brano in modo corale.

Il resto dell’opera presenta brani minori ma non banali. Si denota infatti una ricerca di originalità spesso efficace, è chiaro l’intento di non voler seguire pedissequamente la moda attuale né per ciò che concerne la voce (il talento di Beatrice lo permette), né per le parti strumentali che, a differenza dello standard rock e metal del momento che evita gli assoli, vi si gettano effettuandoli almeno di media lunghezza (tastiere, ma soprattutto chitarra). Nonostante il timbro di voce già utilizzato da altri gruppi, gli italiani Deva si allontanano molto dallo stile sinfonico dei Nightwish e da quello gotico dei Within Temptation. “Karma”, suite in quattro parti, è l’emblema in tal senso di questo lavoro, dove lo spirito progressive, anche della scuola italiana degli anni settanta, si sente chiaramente.
In conclusione il voto non può essere basso.

Nota bene: La cantante non è il solo membro femminile del gruppo, c’è anche una bassista, questo per sottolineare che talvolta nel rock duro ci sono anche strumentiste e non solo ugole.

Roberto L.

Anonimo ha detto...

“AT THE EDGE OF TIME” – Blind Guardian – 2010

Dopo quattro anni dall’ultima opera (perchè per questo gruppo epico, ogni album può ben definirsi “opera” quasi fosse un lavoro di musica classica) esce uno stupendo album che per essere assimilato necessita di molti ascolti. E’ un disco difficile da descrivere in quanto piuttosto complesso.

Speciale è il pezzo d’apertura, “SACRED WORLDS”, che, iniziando in maniera sinfonica trasporta in lidi fantastici e onirici. Sono riff elettrici poi a introdurre la voce, andando a creare un brano di ampia sonorità con atmosfere dalle caratteristiche morbide e non violente.
“RIDE INTO OBSESSION” ci fa trovare i vecchi Blind Guardian, duri e dal ritmo di cavalleria metallica.
“VALKYRIES” è forse, con “Sacred Worlds”, la parte migliore del disco, in cui la magia epica si fonde con un canto dalla cadenza elegante, arricchita di seguito da una parte solistica strumentale altrettanto di classe.
“WAR OF THRONES” possiede un feeling acustico che cesella un brano melodico pieno di Pathos, che non perde caratteristiche di stampo epico, ma con toni più dimessi e gentili.
“WHEEL OF TIME” conclude un album non facile da assorbire ma sorprendente per quanto intrigante. Qui il sound fortemente arabico si embrica col sinfonismo della musica classica e con la distorsione della chitarra rock realizzando un ibrido dall’equilibrio perfetto. La canzone, con “Sacred World” e “Valkyries”, sembra concludere un trittico musicalmente riuscito (è una valutazione personale non suffragata da alcuna notizia, e non riguarda i testi, i quali non ho ancora analizzato, ma ciò che me lo fa dire è la raffinatezza della scrittura musicale che li accomuna ). Non è la prima volta che nel metal entra l’oriente, ma in “Wheel of time” l’arabismo è azzeccato più che mai.

Gli altri brani non sono affatto da considerare minori, infatti tutto l’album è riuscito appieno. Rispetto al passato l’opera è molto cantata e minore spazio è dato alle parti solo strumentali, sebbene sia estremamente ricco anche dal punto di vista strumentale. Il loro Metal si è poi fuso col sinfonismo in modo maggiore rispetto a come ci avevano abituati, hanno sempre avuto più uno stile epico che sinfonico, mentre stavolta hanno leggermente deviato, senza però perdere nulla delle loro vecchie caratteristiche. I “bardi” tedeschi fanno del loro nono album da studio un capitolo di alto livello, più alto rispetto al disco precedente anche se non il più alto della loro carriera (visto che “Nightfall in the middle-earth” del ’98 non potrà mai essere superato).
Unico dubbio: a ottobre il Guardiano Cieco sarà in Italia, riuscirà dal vivo a suonare in maniera efficace pezzi così sofisticati dal punto di vista degli arrangiamenti ?


I Blind Guardian sono un gruppo tedesco che rientra nello stile “Epic Metal” con forti caratteristiche Speed; Power e talvolta sinfoniche come in “At the edge of time”. Il loro sound si è evoluto da un metallo piuttosto violento degli inizi ad una durezza più raffinata successivamente. La voce è molto particolare, non assomiglia a nessun’altra; ma non è particolarmente versatile o potente, questo ha costretto a elaborare una serie di tecniche d’arrangiamento tali da arricchire in modo intrigante, con cori e doppie voci, la parte del cantato, ottenendo quindi una modalità nuova e seducente di sonorità che è divenuta estremamente personale, originale e riconoscibile. Nella loro musica si sentono le influenze dei Queen (soprattutto per le chitarre).

Anonimo ha detto...

“HEROES” - Arthemis – 2010

Gli Arthemis sono una potente powermetal band italiana dalla struttura tradizionale ma dal sound moderno. L’adrenalina heavy e l’orecchiabilità che rimane lontano da ammiccamenti commerciali, creano una miscela esplosiva di grande impatto. Tutte le parti sono curate, dal riff alla voce, dagli assoli di chitarra alle tastiere, all’arrangiamento nella sua globalità.

Ritmata e scattante, “SCARS ON SCARS” fa iniziare subito la percussione acustica, con voce corposa in primo piano e una linea melodica rotonda. Due chitarre, tra ritmica e assolo, cesellano ed incorniciano ad arte un brano riuscito.
Batteria e riff secchi introducono “VORTEX” che non perde un colpo. In esso la linea vocale costruisce un sentiero scorrevole fino a giungere presso un assolo bello e viscoso.
Il middle-time di “7 DAYS” abbassa la velocità del disco ma non l’energia. I cambi di ritmo qui presenti rendono più eclettico il pezzo. Il ritornello secco ne indurisce il carattere e l’assolo, stavolta più conciso, è un messaggio sonoro atto a dare qualità.
E via col quarto brano consecutivo, una marziale “THIS IS REVOLUTION” in cui la scuola inglese dei Judas Priest o dei danesi Pretty Maids (il loro lato più pesante) è riconoscibile. Cadenze ritmiche e cambi di velocità anche qui sono dinamiche e mai ridondanti.
Fino alla quarta traccia l’album si è espresso quindi ad altissimo livello, dopo altri buonissimi brani arriva “RESURRECTION” che è in linea con i migliori (i suddetti). I continui cambi di riff e di ritmo sono legati dalla voce che li amalgama e il tutto è eseguito ad arte. Emozionale la parte del ritornello e dell’assolo che non spegne la linea melodica ma la completa.

Gli assoli e le parti strumentali valgono quanto le parti cantate; la chitarra e l’ugola si compenetrano, e se in qualche momento la voce perde consistenza, la chitarra rimane ricca bilanciandosi adeguatamente nelle composizioni. Tutto l’album è bello, ma sono quelli più duri a risultare migliori, in quanto nei soft si percepisce una leggera perdita di personalità (perdita molto relativa). Gli Arthemis non assomigliano né ai Vision né ai Labyrinth, con questo disco li superano e, “Heroes”, è uno dei migliori del 2010 anche fuori dall’Italia.

Recensione di Sky Roberto L.

Anonimo ha detto...

“ABSOLUTE DISSENT” - Killing Joke - 2010

Opera pietrosa e ruvida. Il basso e la batteria in primo piano e la chitarra sullo sfondo che suonano come anni di punk, post punk e new wave hanno insegnato. A volte i brani sono troppo piatti mentre potrebbero essere eseguiti con più vigore. La voce raschia il fondo della gola per trovare un po’ d’energia e rimane troppo in secondo piano, oltre al fatto che si ripete eccessivamente. Comunque il disco sa farsi ascoltare.
La particolarità di questo ritorno è che tutti e quattro i componenti originali di questo gruppo londinese sono presenti. Dopo tanti anni dal primo lavoro del 1980, siamo al 14° album ed è stata una idea riuscita nonostante i difetti che ho rilevato.

“ABSOLUTE DISSENT” è un punkwave con reminiscenze alla U2 per quello che concerne la linea vocale, soprattutto nel ritornello, mentre ritmica e chitarre offrono una consistenza punk più netta, dove la semplicità è sinonimo di energia diretta.
Tramite riff più duri e più punkeggianti, “THE GREAT CULL” si muove in un tono senza allegria per una atmosfera triste e disperata atta a sputare rabbia potente. E’ il pezzo meglio riuscito dell’album.
L’asciutta “THIS WORLD HELL”, vetrosa, dal riff secco e pesante, è una song che genera dolore e angosciante orrore. La batteria sottolinea efficacemente tutti i vari passaggi e la voce urla con il carattere di chi non ha nulla da perdere.
Dal ritmo costante e ballabile, “HONOUR THE FIRE” affonda nello stile New Wave, stile presente anche in altri brani di questo lavoro ma non belli come questo. E’ una canzone, nel suo genere, dolce e suadente. Tanto “This world hell” è scostante, tanto questa invece si accosta come a cercare consolazione, aprendosi alla morbidezza (ma non alla spensieratezza).
“HERE COME THE SINGULARITY” è un’altra punkwave song, ma dal gusto retrò. La voce stavolta canta limpida eliminando il cantato roco e lasciandosi andare al ritmo, seguendolo senza colpi di scena ma con un bell’andamento lineare che è piacevole da seguire.

Io, di solito, evito di sentire la New Wave, di “European super state” ne avrei fatto a meno, ma questo disco ha a suo favore il fatto che non annoi mai. S’intravede talvolta qualcosa alla U2 (“The raven king”), però le cose più valide sono le parti punk. Appunto, nella musica di Jaz Coleman, leader e cantante del gruppo, c’è ancora quella vena punk mentale che gli fa dire: “Il più grande diritto che ha un essere umano è la libertà. Senza quella non esiste niente. Sono stato in Cina e non si poteva dire nulla contro il governo, sono andato negli Stati Uniti e non si poteva dire niente contro le armi nucleari o il petrolio perché altrimenti saresti passato per antipatriottico. Chi sta bene e chi non può permettersi neanche di mangiare. Stiamo andando verso un mondo dove tutto è controllato elettronicamente”.
Protestare non è mai passato di moda, ma quando lo si fa con il punk a me, appassionato di spirito rock, piace molto.

Recensione di Roberto L.

Anonimo ha detto...

DAYSHOCKINGROUND FEST – Edizione 2010

L’anno scorso ai Campacci di Marmore, quest’anno al parco Gramaccioli, zona Vigne di Narni, un luogo quasi sperduto in mezzo alla macchia, tra sassi e terra…ma del resto siamo metallari, mica mammolette. In realtà su uno pseudo campo di calcio recintato.
Sulla locandina l’anno scorso una donna nuda, quest’anno due ragazze alle chitarre, un po’ meglio ma non è proprio il massimo. Lasciamo perdere la parte grafica, quello che conta è la musica. Questa edizione, rispetto alla scorsa risulta più violenta per quello che riguarda il metal della prima giornata (2 ottobre), molto meno duro per quello che riguarda certe band della seconda giornata (3 ottobre). Le due giornate quindi risultano fortemente distinte, io racconto solo il primo giorno perché al secondo (causa di forza maggiore) non sono potuto stare.

Ben 9 gruppi si sono armati e hanno suonato con cruda durezza, molto Thrash e Death metal.
Necrofili e Human Cluster hanno aperto le danze borchiate. Da migliorare ma credevo peggio. Purtroppo non conoscevo i pezzi e non ho potuto gustarli al meglio. Veniamo invece a quelli che già conoscevo…facendo di tutto per conoscerli prima di vederli live, perché mi diverto di più se già conosco i pezzi.

HALL OF HATE.
Non si sono fatti intimorire e hanno dato sfogo alla loro voglia di esserci. Non male la loro tenuta scenica, per cui la performance è subito decollata anche grazie ai loro pezzi ben costruiti. Si sono basati sull’ultima produzione uscita per l’occasione (l’avevo avuta solo due giorni prima), quel “Twofold reality” composto da soli 5 brani che è risultato un lavoro migliore del precedente, ma che ancora non è maturo al punto giusto. Ascoltando il disco mi erano piaciuti molto solo “Hymn” e “At wane”, ma dal vivo anche gli altri hanno fatto il loro effetto uscendone migliorati.

SUBLIMINAL CRUSHER
Veri artisti della scena thrash italiana…e sono ternani, chi l’avrebbe detto. Solo tre lavori all’attivo ma già grande classe. Musica violenta eppure anche costruita in modo variegato e piena di inserti chitarristici così da creare un discorso musicale ricco e raffinato nonostante la durezza, e tutto ciò non si è perso in sessione live. Questa seconda voce, il cantante era un altro prima di “E(nd)volution” del 2008, ha grande personalità (ma a me piaceva anche il primo) e la verve che tutti esprimono sul palco è adeguata per scaldare il pubblico. Nella classifica di questa giornata stanno al terzo posto.

SUBHUMAN
Una macchina schiacciassi senza alcuna pietà per l’ascoltatore che si trova davanti un muro di suono scevro da aperture. Tra le maglie ritmiche non c’è spazio per passaggi musicali di variazione, e la voce dal growl tutto uguale è un apporto che si somma e non lascia scampo (ah!…canta in italiano ma non si sente). Ciò rende la scaletta troppo monocorde. Divertenti, niente di più;….unica parentesi gustosa sono gli assoli di chitarra che non sembrano far parte della tradizione Death o Thrash, ma classicamente Heavy Metal.
I Subhuman sono anche l’elemento ironico di questo festival, il cantante, come solo un toscano sa essere, tra una canzone e l’altra si diverte a fare l’istrionico, infatti sulla maglietta porta un rilevatore acustico e si esprime con battute che vogliono svegliare il pubblico. Qui accade però ciò che un metal kid teme sempre: rimanere senza musica. Dopo una sfilza di bestemmie, il frontman cerca anche la bestemmia di gruppo con la gente, risultando, per me, ben poco divertente, e deve essersene accorto anche il Padreterno, del resto le bestemmie sono state aiutate dall’amplificazione a volare in cielo, perché dopo questo teatrino c’è stato il Black-out totale. Insomma i Subhuman sono stati zittiti a forza.

Anonimo ha detto...

EMPYRIOS
Il gruppo migliore della serata. Hanno iniziato dopo un’ora circa di silenzio assoluto. Tanto ci hanno messo per ripristinare l’elettricità. E’ un metal a me più affine. Col resto della scaletta c’entrano poco, possiamo descriverli come Progressive Metal piuttosto duro. Si evidenzia in loro una scrittura raffinata e una voce morbida (doppia voce, di cui una più growl) che si presenta di ampio respiro. Ma la ritmica è possente e sostiene una linea melodica aggressiva. Danno una buonissima impressione sul palco e per tutto il loro show non si percepiscono cadute di tono. Prima dei concerti ho avuto l’occasione di parlare con Simone Mularoni, il chitarrista e compositore della band, ma che è anche il chitarrista e compositore dei DGM, gruppo che ha suonato l’anno scorso alla prima edizione di questo festival. Un tipo simpatico che mi ha raccontato qualcosa della sua esperienza (io sono sempre curioso), e mentre coi DGM è facile la catalogazione, con gli Empyrios, per motivi stilistici, capire la categoria di metal non è facile…dice che ai festival si sentono sempre fuori contesto, o sono troppo morbidi, o troppo duri. Io preferisco gli Empyrios, anche se percepisco tra i due gruppi una certa somiglianza.

Anonimo ha detto...

Palahniuk ama le trovate letterarie singolari; la storia viene raccontata in prima persona dal personaggio principale tramite una registrazione alla scatola nera di un aereo dirottato che sta per precipitare. Gli eventi e la forma dell’opera sono molto originali; l’originalità è appunto il suo valore. Si perde un po’ di freschezza quando la scrittura appare leggermente frettolosa e quando invece si denota un appesantimento della struttura narrativa dovuta ad un impastamento eccessivo tra fatti e concetti moralistico-filosofici a volte troppo superficiali e quasi di luogo comune. Perdendo di mordente ma anche di dinamismo. Per esempio il moralismo al contrario, ormai luogo comune, che vede il tabù del sesso come cosa sporca, elemento principale che avrebbe costretto e convinto i Creedish ad accettare la mentalità di totale obbedienza e rinuncia, mi sembra poco credibile e affermazione insufficiente per essere plausibile nella tessitura della trama. Che ogni religione vedrebbe il sesso come peccato in se stesso, e che le persone non maturerebbero, non si staccherebbero dai genitori come individui liberi, se non facessero sesso, mi sembrano affermazioni acritiche, ma soprattutto non funzionano nel contesto narrativo del libro, almeno in tale forma.

Il suicidio è il soggetto attorno a cui ruota ogni pensiero, e chi si aspettasse una presa di distanza dell’autore resterà deluso, e infatti la morte coglie lo stesso il Creedish Tender. Ma non poteva essere altrimenti, la visione dello scrittore passa attraverso la mente del personaggio da lui creato, il quale, sin dall’infanzia ha vissuto il suicidio come valore. Pur avendo conosciuto la verità, egli non riesce a ribellarsi davvero, sembra farlo, ma perde, abituato ad una visione datagli dall’educazione ricevuta durante l’infanzia e l’adolescenza, cioè i momenti formativi essenziali dell’essere umano.
Sia chiaro, il romanzo mi è piaciuto nonostante scelte estetiche e contenuti non sempre all’altezza. Molto buffe sono le preghiere “semplici semplici” inventate per soddisfare gli adepti di Tender. Come il guru di plastica, anche le preghiere sono della stessa materia; ecco alcuni titoli:
- Preghiera per ritardare l’orgasmo;
- Preghiera per rimuovere le macchie di muffa
- Preghiera per mantenere l’erezione
- Preghiera per il silenzio dei cani che abbaiano
- Preghiera per un parcheggio
Richieste per problemi di bassa lega…ma sono queste le piccole cose che la gente vorrebbe risolvere. Lo afferma l’agente :
“Una preghiera è come quando una ruota che cigola viene oliata”.
Ci vedo l’ironia di un Palahniuk che critica l’assenza di grandi visioni che ormai caratterizza molta dell’opinione pubblica.
Egli pare voler dire la sua, a volte forse troppo artificiosamente, altre volte in modo intelligente, e per questo usa gesti e immagini comuni per fare considerazioni filosofiche ( e lo farà anche in futuri suoi lavori), e lo cogliamo esprimere esplicitamente questa attitudine in una delle frasi contenute nel romanzo:
“Qualsiasi cosa ordinaria si trasforma in una straordinaria metafora”.

Recensione di Sky Roberto L.

Anonimo ha detto...

“WHAT LIES BENEATH” - Tarja Turunen - 2010

L’ex cantante dei sinfonici Nightwish è alla sua seconda prova da solista. Se il primo lavoro non possedeva granchè di sinfonico, questo secondo ci conferma la predilezione per il Gothic metal. Si tratta di un lavoro delicato e di carattere, ma leggermente inferiore a “My winter storm” del 2007 per una ricerca meno attenta alla particolarità, comunque alla fine i due dischi si equivalgono. Come quello, anche questo valorizza la lirica voce di Tarja.

“ANTEROOM OF DEATH”, dalla tematica sinfonica, procede con sonorità settecentesche evolvendo verso una caratterizzazione corale alla Queen come nella famosa “Bohemian rhapsody”; bella, ma non raggiunge il livello di quella song del 1975.
“UNTIL MY LAST BREATH” è il brano più commerciale ma anche uno dei migliori. Ritmo cadenzato, riff chitarristico corposo e duro, la voce brillante si estende con grazia fino a ritornello compreso. Il pianoforte riempie le pause della chitarra e la chitarra esegue un breve assolo rock.
“IN FOR A KILL” risulta la canzone peculiare del disco. Riff tagliente e incisivo per una voce soave che diventa cruda e irrispettosa nel ritornello, vicino alla dissonanza per un effetto cercato. L’atmosfera diviene nebbiosa con le tastiere che ne sottolineano la cupezza, per poi alzarsi ampie verso una pausa in cui la voce gentile della cantante riprende.
Ed ecco una di quelle ballate estremamente delicate, basata quasi esclusivamente sulla soavità della voce. “UNDERNEATH” risulta intensa ed in linea con la tradizione espressiva di Tarja e del genere musicale che esegue.
Un’altra ballata dalle caratteristiche simili è “RIVERS OF LUST”, ancora più delicata della suddetta, con una batteria ovattata che fa risaltare ancora meglio l’evanescente vocalità.
“CRIMSON DEEP” si riappropria di un certo sinfonismo, mettendo in luce una studiata interpretazione vocale dentro un arrangiamento ricco e ben portante.
Le due bonustrack “WE ARE” e “NAIAD” non sono meno valide, anzi risultano tra le migliori e hanno caratteristiche specifiche di singolarità rispetto a magia e fascino. La prima naviga tra dolcezza e durezza con un assolo dissonante che immette un tono scuro a cui fa il verso anche un cambiamento in tal senso della linea vocale. La seconda è più eterea e implorante, soprattutto nella fase del ritornello, e più leggera nel suo dipanarsi.

La tipologia di musica è quella che altre voci femminili imitano (vedi Indica), a metà strada tra il sinfonico ed il gotico, ma il livello esecutivo e il risultato complessivo dei dischi della finlandese Turunen non è facilmente raggiungibile. Un bell’album, intenso e fascinoso.

Recensione di Sky Robertace L.

ROBERTO R. ha detto...

“ELYSIUM” Stratovarius – album 2011-01-21

Il 2011 si apre nel migliore dei modi, ho ascoltato solo due album, ed entrambi sono splendidi. Uno è quello finlandese degli ormai “scafati” Stratovarius (l’altro degli Artas); il primo disco è del 1988 (un EP) e dopo ventitrè anni ecco sfornare il loro 14° bellissimo lavoro. Eravamo rimasti al 2009 con “Polaris” che io avevo classificato al terzo posto, e ora è arrivato questo che assolutamente non è inferiore. In realtà come valore essi si equivalgono, eppure mi sembra di trovarci qualcosa di più.
Si presentano ottimamente fedeli a se stessi ma più frizzanti. Percepisco una voce dai toni meno acuti ma di maggior spessore espressivo., anche i riff creati appaiono freschi e decisi. Trovo inoltre tastiere leggermente più di carattere, occupando un ruolo meglio delineato, che elettrizza ulteriormente l’atmosfera attraverso vari effetti e freseggi. In alcuni istanti si sente uno schizzo di AoR o Class-Metal; una volta, ascoltando, mi sono venuti in mente gli Styx (in “Move the mountain”), ma maggiore è l’influenza dei primi Queensryche di “The Warning”, insomma è al 100% un prodotto Heavy Metal.

“DARKEST HOURS”, è orecchiabile e accattivante ma piena di energia. Dall’anima un po’ Helloween, grazie anche alla voce e alla linea melodica, cori compresi, suona allegra e saltellante. Le tastiere sono presenti sin dall’inizio senza soffocare la chitarra che si impone sia con la ritmica che con l’assolo. Il ritornello è però l’essenza significativa del pezzo.
“UNDER FLAMING SKIES”, secondo brano in scaletta, non smorza i toni e parte con un 4/4 lineare che si spezza tra un ritmo veloce e uno middle-time. Rispetto al brano precedente la chitarra vince nettamente sulle tastiere, ma è sempre la voce in primo piano con una grinta efficace ed una linea melodica forte. Diminuisce la spensieratezza del sound ma rimane un carattere chiaro. Pur mancando un assolo che avrebbe migliorato il tutto, si è di fronte ad un ottimo momento compositivo.
“INFERNAL MAZE” inizia soft con una atmosfera sofferente. Si aumenta d’intensità con un momento epico-sinfonico per poi lasciar fluire tastiere e chitarre verso un ritmo power-metal veloce in cui il cantato si pone con un timbro veemente. La sonorità si avvicina alla musica classica tipicamente Stratovarius, senza mai dare l’impressione del già sentito. Poi le due chitarre si distaccano dal contesto con un assolo più rock per rifluire in una ambientazione classicheggiante. Una traccia stupenda.
“FAIRNESS JUSTIFIED” è un pezzo globalmente più calmo che possiede inserti sinfonici elicitanti un pathos intenso. L’assolo chitarristico è sinuoso ed è classicamente tipico di certo metal del passato, però è utile ad aumentare le caratteristiche struggenti della canzone.
“THE GAME NEVER ENDS” rivelocizza il percorso dell’ascolto facendo tornare l’elemento duro del powermetal che caratterizza la tradizione di questo gruppo. Qui la durezza è sottolineata anche dal modo in cui si inserisce la tastiera, peccato che la sua breve grintosa apparizione non si sviluppi in un assolo degno di questo nome (è proprio assente). L’assolo si affaccia alla fine scemano poveramente…si poteva osare di più.

ROBERTO R. ha detto...

“ELYSIUM”, la titletrack, è un sacco lunga per circa 18 minuti di alta classe. Eppure non è il pezzo più bello, d’altra parte è però una minisuite molto valida. Si dipana in tre fasi. La prima è soft ma non calmissima; sia strumentalmente che vocalmente possiede una espressività poetica sostenuta da una chitarra che si fa presto sentire in un virtuosismo dal giusto senso compositivo. Ma le tastiere non restano in secondo piano e anch’esse fanno capolino. Poi questa parte dall’ampio respiro evolve in un riffing chitarristico e tastieristico più cupo, che rotola sull’ascoltatore in una vera e propria sonorità progressive stile anni ’70 che dura a lungo tra parte cantata e assoli. Si accede poi alla terza parte, la quale diventa di un acustico rarefatto e poco dopo un elettrico altrettanto rarefatto che si va a concludere salendo verso l’alto in un crescendo solistico non particolarmente originale ma molto struggente. Il testo è ecologista e si ispira al disastro ambientale del pozzo petrolifero in America: “ Quell’evento ci ha solo fornito lo spunto. Elysium non è una canzone su un evento in particolare ma sulla sensazione di lenta sciagura che questa situazione porta, come assistere ad uno spettacolo di disfacimento senza poter fare niente. Il tutto è molto metaforico: il disastro può anche non essere ecologico ma personale (Timo Kotipelto-cantante)”.

Una opera elegante che stupisce, in quanto gli Stratovarius sembrano senza cali compositivi nonostante l’enorme mole di musica già scritta negli anni. Altrettanto mi stupisco di fronte a recensioni non sempre favorevoli. Nel 2009 non conoscevo la discografia della band, “Polaris” si fece ascoltare da me che avevo all’attivo solo “Episode”(’96), ma adesso ho ascoltato tutto il resto della loro carriera (eccetto il disco del 2005) e posso dire che il livello è sempre stato eccellente. L’attuale nuovo album non è da meno, anzi, forse ha qualcosa in più, compresa la carica emotiva che sprigiona, e strutturalmente non è un lavoro chiuso in se stesso o chiuso nei clichè già vissuti dalla band. I brani minori di “Elysium” sarebbero i migliori per molti altri gruppi. Prevedo che sarà, per i miei gusti, uno dei primi dieci album di quest’anno.

Auguri al batterista Jorg Michael, il cui tumore alla tiroide è stato scoperto dopo la produzione del disco. In attesa della sua ripresa, la band ha detto che il posto rimane suo nonostante la sostituzione per l’inizio del tour di concerti..

Recensione di Roberto latini

ROBERTO R. ha detto...

RIOTOLOGY – Artas -2011-02-17

Non siamo di fronte al solito thrash, finalmente si va fuori dagli schemi classici, e lo si fa con cura. La durezza si sposa con alta creatività e raffinatezza sonora, in una espressività piuttosto densa. Voce solitamente roca ma sempre pulita (mai growl), e chitarra ribassata, sanno impastare il sound con precisione e calore. Particolare il fatto che gli austriaci Artas usano varie lingue tra inglese, tedesco, francese e spagnolo.
Un disco che non annoia mai. Sono le linee vocali l’anima delle song, ma i riff ed i ritmi sono una splendida cornice di sostegno senza la quale la voce non sarebbe esaustiva. Non c’è molto di solistico, ma non se ne sente la mancanza poiché tutto è costruito bene, mettendo ogni parte al posto giusto con innato senso compositivo.

“FORTRESS OF NO HOPE” ha un giro orientaleggiante di chitarra, poi via…parte col thrashing movement. Non un brano velocissimo ma comunque pieno e potente. Ritornello morbido ma parti vocali anche ruvide. Molte variazioni sul tema e cambi di ritmo. E quando la ritmica rallenta, headbanging assicurato.
Con “THE DAY THE BOOKS WILL BURN AGAIN” il sound si incattivisce pur conservando momenti melodici. Anche qui il suono è corposo. Non si notano cali di tensione dall’inizio alla fine. Nella parte centrale la mitragliata batteristica, accompagnata da una chitarra che fraseggia senza soluzione di continuità, guida una voce rude che rende perfettamente un senso di angoscia.
“RASSENHASS” inizia in classico stile metal che invita ad entrare in una atmosfera cupamente violentissima, cantata in un tedesco musicalissimo, che fluisce perfettamente all’interno del riffing compresso, senza impuntarsi e senza rovinare la linea musicale.
“LE SABOTEUR” canta in francese con grande maestria. La lingua non inglese è inserita nel contesto senza assolutamente apparire artificiosa. Brano duro con una energia che è soprattutto la modalità canora a creare, in un sentimento di impeto e di sfogo.
“MEDIAFADA” sferraglia via con tenacia e poi rallenta e poi riparte. La voce tende alla tonalità alta come a voler mantenere così il pezzo in tensione. Non si limita a frasi cantate, ma effettua vocalizzi allungati piuttosto interessanti.
“ASHES OF FAILURE” potrebbe essere intesa come una ballata alla Metallica sia per la strumentazione che per la voce. E’ intensa, e nel momento in cui è più dura, si alza il livello espressivo dell’interpretazione. Alla fine ci si rende conto che non si tratta di una ballata, ma di una splendida canzone tagliente, dalla carica ribelle in mid-time.
Il riff iniziale di “A MARTYR’S DAWN”, comune a vari stili metal, si riduce poco dopo ad un sound meno thrash che comunque rimane nel solco della forza e della durezza. La voce non si risparmia e dona un pathos di classe. Il riffing raffinato si dipana modificandosi nel succedersi di ritmi diversi. Peccato che il brano termini sfumando, una modalità che di solito non amo.

Un lavoro ispirato che ha rielaborato la vecchia scuola e la vive attraverso sonorità attuali con verve personalissima rinnovandola. Ho letto ancherecensioni poco entusiastiche di questa opera. Se io ho detto che “non siamo di fronte al solito thrash”, altri hanno detto l’opposto (che siamo al solito thrash). Datemi retta, ho ragione io.

Recensione di Sky Latini

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IN QUESTI ANNI ABBIAMO CORSO COSÌ VELOCEMENTE CHE DOBBIAMO ORA FERMARCI PERCHÈ LA NOSTRA ANIMA POSSA RAGGIUNGERCI

(Michael Ende)

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A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro, sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi.

(Carl Gustav Jung)