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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO
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423. APPESANTITI DALL'ONNIPRESENTE PUBBLICITA' da un'Americana a Venezia
La mia
partecipazione a "Spiritualità e arte" è iniziata pochi anni fa
quando Roberto, l'ideatore del blog, mi ha chiesto un parere sul programma "I
Simpson" dal punto di vista di un'americana. Ho notato che per il mio giovane fratello, la
creazione di Groening è un must
culturale e che come a Homer, piacciono anche a me le ciambelle. Avevo concluso quel primo intervento così: "Ma
se i Simpson debbono riflettere in alcun modo i valori occidentali, allora dove
andiamo a finire? Schiacciati fra quali
pubblicità per pagare quali stipendi?"
Poche settimane fa, il fratello di cui sopra mi ha ricordato che non ho un
profilo Facebook, insistendo che per questo motivo vivo nell'isolamento come quei
pazzoidi che si nascondono nelle montagne dell'Utah. Poco dopo, è uscita la notizia che Facebook e
Stanford, istituto che sforna ingegneri e imprenditori per la ricca e potente Silicon
Valley, hanno fatto un esperimento su centinaia di miglaia di utenti Facebook,
cercando di calcolare l'effetto di due tipi di pubblicità, cioè, positiva e negativa. Dopo hanno pubblicato i risultati delle loro
ricerche. Nel mondo del giornalismo scientifico,
la loro azione non è stata etica dal momento che i soggetti erano ignari e
quindi non consenzienti. Ma non era la
prima volta, e non sarà l'ultima, che ingegneri sociali studiano soggetti
ignari. Il mondo della pubblicità è
basato non solo sulla propaganda, ma anche sulla psicologia di un mondo di soggetti
ignari. Il dominio assoluto della
scienza sulla natura, sulla razza umana e sul mercato, è scopo di vita per
qualcuno. Non ho portato questa notizia all'attenzione
di mio fratello, sperando solo che l'abbia appreso da solo. Molte persone sono così immerse nel circo
mediatico, sia catodico sia digitale, che non vedono gli alberi per la foresta
che blocca loro la vista. Ho appena
visto un film del 1991 in cui Harrison Ford viene sparato da un delinquente a
New York. La vittima sopravvive ma deve ricominciare
da capo. Dopo un bel pò, finalmente
pronuncia una parola. Dice,"Ritz!" Una marca di cracker! In clinica il paziente è incoraggiato a dipingere. Cosa crea?
Una serie di quadri naif, stile Warhol, con sempre lo stesso soggetto: la
confezione Ritz! Queste pubblicità
riappaiono in diverse scene, persino sulla parete dello studio legale dove
lavorava. Si può scommettere che i
marchi che vengono vistosamente piazzati nei film, nei programmi TV, nei video,
nei giochi, e persino nelle canzoni, abbiano un certo successo. Questa pratica si chiama product placement, un vecchio trucco ormai, legale anche in Italia. Siamo tutti target, quello che i pubblicitari chiamano "bersagli". La cultura americana, a mio avviso, è diventata
una poltiglia di marchi e di catene di varie attività commerciali. La TV e anche la radio servono soprattutto
come mezzi di vendita. I giornali stessi
sono strapieni di pubblicitàNon
parliamo più di cittadini. Siamo
diventati consumatori. Il consumatore ha
diritti, il consumatore deve essere informato, e così via. Anche i politici sono diventati prodotti. Coltivano un look e fanno spot. La cultura americana difficilmente può tornare
ad essere quella della TV dal vivo e dei dibattiti e delle discussioni rappresentativi
di tutte le realtà vissute dai cittadini.
La cultura non sarà mai basata sulle arti vere e nemmeno sulle idee o
sulla reale storia della nazione. Oggi la
vendita di prodotti (finanzieri, informatici, cinematografici, romanzeschi, e
di largo consumo) e forse in parte gli ascolti, sono le cose che ci definiscono
ormai, senza dimenticare tutte le catene di ristoranti da cibo omologato,
uguali da coast to coast. Nel 1983, negli USA il controllo dei mass media era condiviso da 53
compagnie. Oggi è caduto nelle mani di 6
corporazioni. Chi vuole informazione
senza costante interferenza deve pagarla via rete oppure all'edicola, perché il
telegiornale statunitense, anche quello via cavo, è inguardabile. Procede a singhiozzi. La testa parlante dietro la cattedra spaziale
ci avvisa ogni cinque minuti, "Ci vediamo dopo la pausa." Segue una raffica di suggerimenti su nuove
malattie e sui farmaci per curarle; qualcuno ci parla di cure per le nostre
lacune a letto oppure di una polizza assicurativa per quando arriverà l'Alzheimer. Più tardi, dopo il telegiornale, cambiano
marcia e ci spiegano perché dobbiamo guidare un SUV o un camioncino, quei veicoli
della felicità. Se no, ci aspetta una
novità da una famosa catena fast food,
gelato con croccanti strisce di bacon,
in offerta per un periodo limitato.
Nelle "pause" successive, vedremo una parata di shampoo,
deodorante, creme intime, candeggina per i denti, e così via, per ricordarci
che non siamo OK senza le formule di laboratorio (dove torturano animali per la
nostra bellezza.) Per qualcuno gli spot possono
offrire un'ottima scusa per frugare in cucina. Quando gli italiani trovano il coraggio di
dirmi che durante il loro viaggio negli USA, hanno visto troppe persone obese, per
prima incolpo qualche ingrediente in aggiunta ai troppi spuntini. Osservo anche che la maggior parte della gente
deve viaggiare in macchina, mai camminare, neanche alla fermata dell'autobus
per arrivare a destinazione. La rete di
trasporto pubblico in America non è granché.
Soprattutto, credo che gli americani siano diventati grassi per colpa della
pubblicità. Quando quei diavoli ti
stuzzicano la fantasia dopo la cena per cinque minuti ogni dieci, chi non
finirebbe in cucina anche se solo per scacciare la noia? Ora che ci penso, mio fratello è rimasto magro. Come mai? E' esperto nel fare popcorn, in pentola e
senza burro aggiunto. Chi non vuole
perdere nemmeno un solo episodio dei Simpson in America deve difendersi così. Lasciamo perdere le ciambelle di Homer. UN'AMERICANA A VENEZIA
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WEBMASTER: Roberto RAPACCINI
A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro, sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi.
(Carl Gustav Jung)
1 commento:
Di base non sopporto la pubblicità. Spesso sento proprio un fastidio fisico nei suoi confronti anche se a volte ce ne sono di artistiche e carine, ma raramente. Curioso che il metal viva in assenza totale di pubblicità.
Latini
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