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In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. (Michael Ende) ---- A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro. Sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi. (Carl Gustav Jung)

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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO

LA FOTO DELLA SETTIMANA  a cura di NICOLA D'ALESSIO
LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO:QUANDO LA BANDA PASSAVA...
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127. RECENSIONI (2011) di Roberto Latini

THE SCOURGE OF THE LIGHT - Jag Panzer (2011)
E via col classico heavy metal alla Ronnie James Dio (sembra che ormai sia lui la figura più copiata). Non siamo di fronte al massimo dell’originalità, ma davanti ad un bel disco si. “CONDEMNED TO FIGHT”, veloce ed epica, è una canzone che spinge la band alla loro durezza limite, ottima per aprire l’album. Quindi un brano ficcante, ritmo e parti soliste danno il meglio di sé. Power ed epic metal in cui si immettono brevi inserti ispirati alla musica classica. Anche la parte vocale si esprime con qualità. Pure “CYCLES” fa parte del lotto più duro del disco, ma qui il tempo è un ritmo medio, e la batteria sostiene i riff ottimamente. La composizione più originale. Interessante la parte cantata con i cori viscidi che l’accompagnano. Ganza da sentire pur nella sua semplicità. “LET IT OUT” fa parte dei brani migliori, sebbene non sia molto personale. Però risulta energica, divertente e accattivante, senza essere mai banale. Ottima per i concerti. “UNION” non è tirata, la sua forza non sta nella velocità o nella durezza, ma nella linea melodica della parte cantata e dell’assolo di chitarra. Non è una ballata, ma è un pezzo composto più di testa che d’istinto, con la passione dell’intelligenza e non con il cuore nello stomaco. A dispetto dell’inizio acustico, “BURN” brucia davvero. Utilizza la rabbia, lanciandosi in una epica cavalcata metal, attraverso una voce acuta alla Halford, che cede solo nel ritornello, più ovattato. Un brano alla Judas Priest anche nel tipo di riff. Nella globalità possiede una ampiezza d’atmosfera che manca a molte altre traccie. Al centro si spezza in una vibrazione meno violenta ma più ferina. L’album termina con la più ampia “THE BOOK OF KEELS”, dal carattere medievaleggiante, anche grazie alla presenza del violino. Un bel momento epico che le voci liriche maschili e femminili trasbordano ad un certo punto verso il lato più hard che non si velocizza, rimanendo rallentato il ritmo, ma acquista un tono ipnotico e magico. Se vogliamo analizzare criticamente, i Jag Panzer ci presentano un sound collaudato da tempo, ma lo percorrono senza appiattirsi nel banale, sebbene i brani minori, non citati, talvolta incappino in piccole ingenuità, utilizzando a volte brevi passaggi non troppo originali.

UKON WACKA - Korpiklaani (2010)
La band dei finlandesi Korpiklaani è dedita ad omaggiare le feste ed i banchetti, cantando in lingua madre con un suono che può essere chiamato metal etnico. Un metal che non esprime particolare personalità, assomigliando, il folk scandinavo, a tanto folk medievale anche delle nostre italiche terre da anni raccontate da Branduardi, e soprattutto per sembrare una versione più dura di musiche già suonate da gruppi balcanici e dell’est europeo (ciò appare, per esempio, nel brano “Tequila” con cui il gruppo ha voluto omaggiare la cultura latina del Messico dove si sono esibiti con successo). Tra strumenti caratteristici di tempi andati, flauti, cembali e mandolini, la chitarra distorta suona accattivante e ben congegnata. Non si trovano campionature e sintetizzatori. La voce è roca e poco melodiosa. Ma comunque sufficiente a non rovinare le canzoni. Questo è il settimo album col nome Korpiklaani.  In realtà sarebbe il nono poiché la stessa formazione fece uscire il primo (anno 1999) ed il secondo con il nome di Shaman. LOUHEN YHDELKSAS POIKA, che apre l’album, è un brano tirato di energica allegria. Chitarra, violini, e anche la parte ritmica sprizza fresca e potente. E’ la parte cantata a perdere in personalità, volendo inseguire troppo frettolosamente il ritmo e l’andamento strumentale.  LONKKALUUT possiede un ottimo inizio acustico, segue un riffing più metal che comunque sfocia poi in sonorità prettamente etniche, sebbene più oscure rispetto al pezzo sopracitato, per esempio verso la fine. E’ forse la composizione migliore dell’album, strumentalmente ma anche per una melodia vocale incisiva. KORVESTA LIHA , il cui riff è ancora più metal e rock di “Lonkkaluut”, perde un po’ di colpi nel cantato finlandese, ma mantiene interessanti variabili in ritmo e nell’arrangiamento arricchito di un violino consistente sebbene un po’ troppo in secondo piano come livello sonoro. VAARINPOLKKA si scatena in una ballabile musicalità fisarmonicista, costruendo un brano strumentale breve (poco più di due minuti) ma intenso e veloce. Insieme a “Lonkkaluut” e “Surma” è probabilmente quanto di meglio trovare in questo disco. Un altro brano interessante è “SURMA”, che parte con classici giri strumentali piuttosto medievaleggianti. Uno spirito antico aleggia all’interno di questa traccia, inframezzato da riff più attuali. Purtroppo anche qui, come nel brano d’apertura una parte della linea vocale tende ad inseguire gli strumenti, fortuna che il rallentamento ritmico porta con sé anche un cambiamento del cantato che divenendo di stile thrash migliora notevolmente il brano.  
Note: “Paat pois tai hirteen” ricorda molto chiaramente il primo riff di “Let put my love into you” degli AC/DC.  La cover di “Iron Fist”, brano dei Motorhead, nonostante inserti poco efficaci di strumenti antichi, non aggiunge e toglie niente alla versione originale. Piace ascoltarla perché è quasi la stessa copia  di quella registrata da Lemmy, niente di più. Quest’anno i Motorhead vanno di moda? Anche gli Onslaught hanno inserito nel loro album una loro cover (“Bomber” per l’esattezza, ed è stata eseguita mutandone l’arrangiamento e quindi fornendo un piacevole valore aggiunto all’ascolto).  Cosa significa “Ukon Wacka”? Si riferisce ad una celebrazione pagana (infatti i Korpiklaani suonano uno stile folk metal che viene denominato anche pagan-metal) svolta secoli fa in nome del Dio finnico del tuono,Ukko, nella quale veniva distribuita birra sacra.  I testi vertono quasi tutti su tematiche ludiche riferibili a party sfrenati, ma i membri della band ci tengono a sottolineare che con le loro composizioni essi fanno rivivere miti e tradizioni antiche, legate ai poemi epici ed alla natura (il nome del gruppo significa “Clan della foresta”).  Alla domanda “Qual è il tuo stile di vita”? Il cantante Jonne Jarvela risponde: “Sono un uomo di trentasei anni dal modo di vivere assolutamente normale, un felice padre di famiglia con quattro stupendi bambini. E, a differenza di quando sono in tour, non bevo nemmeno più di tanto! Fondamentale è il tempo che sento di dover dedicare ai miei affetti”. 

IMAGINAERUM – Nightwish (2011)
I finlandesi Nightwish sono prigionieri di se stessi. Il leader della band, Tuomas Holopainen, tastierista nonché compositore di quasi tutto l’album, non riesce ad allontanarsi, che di poco, dal proprio clichè. Si, è un buonissimo album; si, qualche sprazzo di novità si sente, ma quello che rovina  è il numero di passi scontati che qua e là si sentono. Diciamo che i Nightwish non solo conservano la loro personale caratteristica, e ciò sarebbe positivo, ma copiano troppo se stessi anche nelle note che si susseguono in alcune frasi compositive. Pur essendo uno dei lavori migliori dell’anno, non raggiunge la bellezza di “Century child” (2002); “Once”(2004) o “Dark Passion Play” (2007). “GHOST RIVER” è il pezzo migliore e assolutamente superbo. La voce non avrà la liricità di Tarja, la quale non ci sarebbe stata assolutamente male, ma anche l’attuale Anette riesce a dare la necessaria interpretazione. La parte più dura è cantata dal bassista Hietala con la dovuta cattiveria. Efficace anche il coro dei bambini. Riff taglienti, ponti morbidi, cambi di atmosfera e sinfonica energia metal, tutto emozionante, tanto che mi sono venute le lacrime agli occhi. Lacrime che non sono sgorgate più nel prosieguo dell’ascolto. “SLOW,LOVE,SLOW” è un brano soft. Qui è l’unico punto dove Tuomas osa davvero. Uscendo un po’ dai suoi canoni inserisce questa canzone jazzata che presenta una atmosfera molto suadente e calda associata ad un alone di oscurità. Morbida e bella la linea cantata e l’assolo di chitarra; il finale riacquista caratteristiche tipicamente Nightwish nonostante i fiati insoliti per questa band. La song è perfettamente inserita nel contesto, cioè non stona col resto. “SCARETALE” è un brano più confacente a Alice Cooper e a film di Tim Burton, ma sono cose che ci possiamo aspettare pure dai Nightwish. E’ un altro momento alto del disco. Corale ma anche molto teatrale. La parte iniziale è la più sinfonica, ottima l’interpretazione di Anette la cui vocalità diventa meno dolce e limpida, riempendosi di inquietante tonalità. La parte centrale, con la voce di Hietala, non è metal ma è come un momento da musical o da circo, efficacemente incisiva. Peccato che il pezzo non sia stato ulteriormente elaborato (sette minuti e mezzo non sono stati sufficienti per uno sviluppo completo, sembra finire troppo presto). “THE CROW, THE OWL AND THE DOVE” è una ballata. Qui le due voci, maschile e femminile, si fondono. E’ l’unica canzone non composta da Tuomas, è infatti del bassista Marco Hietala. C’è una soddisfacente sensibilità che porta il brano ad elevarsi regalando una sensazione di piacere e di freschezza. Hietala in effetti suona anche in un gruppo suo, al di fuori dei Nightwish, ed è un autore a tutti gli effetti….si vede. “SONG OF MYSELF” è un altro momento forte. Forse meno orecchiabile, ma è sinfonico e potente. Il cantato di Anette inizia intrigante, poi si alza con grande carattere. Quando il ritmo rallenta in un middle-time, non cade la tensione poiché si tratta sempre di una sonorità pesante. Il brano dura tredici minuti e mezzo ma in realtà sono solo sette, in quanto il restante tempo è solo uno spazio sprecato per dare l’innesto a voci narranti che era meglio fossero immesse con una traccia separata. L’immaginario fantastico che come al solito propone la loro musica è naturalmente grandiosa e magniloquente. Stavolta ci si troverà persino di fronte ad un film in cui i brani si susseguiranno con un tema comune. Io devo assolutamente vederlo, ma vederlo al cinema, perché voglio gustarmi i suoni sparati al massimo; e nelle sale cinematografiche la musica può avvolgere meglio che a casa, così da farmi immergere in esso bene. A cantare la svedese Anette Olzon, al secondo album con i Nightwish, e va benissimo anche stavolta (non mi associo alle critiche, anche se anch’io preferisco Tarja) poiché possiede molto di più di ciò che appare; fossi in Tuomas gli lascerei più spazio e la sfrutterei meglio. Hietala è grande alla voce come al solito. E come al solito pochissimo presente la chitarra solista, e non è che ci sarebbe stata male. Dopo quattro anni di attesa, sono rimasto un po’ deluso, visto che questa è ormai una delle mie band preferite, ma va bene così, superato il momento d’empasse, ora me lo sto gustando tantissimo.

“BLOOD ALLIANCE” - Power Quest (2011)
Metal ben strutturato, la cui principale caratteristica è la scorrevolezza. Il punto vero è che si tratta di metal anonimo, in quanto chi si trovasse ad ascoltarne qualche brano casualmente per radio, non riuscirebbe a capire di quale gruppo si tratti. Voce pulita, anche troppo, sciacquata da qualsiasi elemento di riconoscibilità; è ben impostata e chiara ma senza nessuna peculiarità. Riff piuttosto comuni e stile non originale. Eppure questi lati negativi vanno a braccetto con la piacevolezza e il godimento (non ci si annoia), la frase giusta è: “tutto fila liscio”. “GLORIOUS” inizia con riff allegro di stampo power, poi la verve epica emerge scatenandosi in un 4/4 veloce. Quello che funziona è soprattutto il ritornello attorno a cui è costruito il pezzo. L’assolo non è che una pausa tra le parti cantate ma è un ottimo ponte. “SACRIFICE” vive di un riff semplice, ricalcando il più classico heavy metal. L’intro di tastiere e chitarre è piuttosto apprezzabile, poi il mid-time procede sostenuto mentre sopra, la linea melodica fluisce ordinatamente e appare anche interessante, ricorda un po’ gli americani Stryper. Qui l’assolo di chitarra è intrigante e si associa bene con quello di tastiera. “CRUNCHING THE NUMBERS” cerca di non restare piatto, volendo esprimere un carattere forte, cioè raffinato e virile al tempo stesso: c’è della classe. La batteria è un perfetto sostegno e la voce si impegna in una interpretazione più ricca rispetto agli altri brani. Anche qui troviamo una certa epicità. Globalmente il brano possiede incisività, ampiezza sonora e d’atmosfera. Accordi di tastiere vintage fa di “ONLY IN MY DREAMS” un brano molto anni ’80. Genere vicino all’AoR, nonostante ciò è grintoso e potente. La chitarra cesella bene alcuni passaggi e i cori muniscono la voce di solida ed elegante cornice. L’accattivante “CITY OF LIES”, pur orecchiabile e molto AoR, non scade nella pochezza, rimane invece energica e il suo ritmo cadenzato la rende quasi ballabile. Forse non sarà memorabile, ma si ascolta che è un piacere. L’assolo è insistente e ficcante, senza fronzoli e ben congegnato, anche potente. Strano che i migliori pezzi non siano quelli più veloci e duri ma quelli più commerciali (quelli più power li ho considerati minori); di solito valuto diversamente la cosa. Ma il loro valore sta proprio nell’utilizzare l’orecchiabilità in modo non troppo scontato, cercando quel qualcosa in più, mentre sui brani d’attacco sonoro, pare che si accontentino di imporre forza e non di arricchire le linee melodiche, come se la velocità e l’assalto fossero elementi sufficienti ad eccitare l’ascoltatore. Comunque, tra power metal e AoR, con sfumature epiche, questo “Blood alliance” non ha mai vere cadute di tono. Molto presenti gli accordi tastieristici, caratteristici delle sonorita eightes. Ecco come, un lavoro non eccelso artisticamente, può presentarsi qualitativo e divertente. Una contraddizione?  Non so…intanto lo rimetto su.

“SOUNDS FROM PUGLIE” – Artisti Vari (2011)
Un album strano. Quando i brani sono minori sono davvero poca cosa, molto di basso livello. Quando invece sono i migliori, sono davvero buoni (compresa una interessante cover dei Police: “Don’t stand so close to me” ) anche se di matrice molto particolare, cioè fuori da schemi commerciali. “CASTLES IN THE RAIN” di Nicola Conte e cantata da una nitida voce femminile che attira. La struttura fluisce con uno swing frizzante sopra fiati soffusi che fanno da tappeto liquido. C’è dinamismo e ipnotismo in questo brano ricco da un punto di vista di arrangiamento, pur in assenza di particolari virtuosismi solistici. “EVOLI PARK” di Vito De Modugno vive di un lungo e scatenato ottimo assolo tastieristico accompagnato da una altrettanto forsennata ritmica batteristica. Quando la chitarra si sostituisce alla tastiera, non diminuisce la velocità, purtroppo il finale è deludente sfumando senza senso l’assolo di chitarra. Come se mancasse un pezzo quindi, l’assenza di finale è davvero un errore. In realtà il brano non è che virtuosismo, non essendoci una struttura stile “canzone”, e in questa ottica sembra rientrare anche la modalità con la quale termina il pezzo; però ciò non riesce a giustificare la cosa riguardante il finale che in tal modo sembra non possedere alcuna estetica. “THE SEAGULLS OF KRISTIANSUNG” di Cinzia D’Eramo la stravagante voce femminile canta in una linea vocale non conformista scorrendo su un arrangiamento insolito e rarefatto. Fiati, violini e pianoforte sostengono la linea vocale in inserti che paiono andare per conto loro mentre nell’insieme sono invece un tessuto a maglie larghe in cui viene tenuta su bene la  voce appunto, eclettica, che fa versi e boccacce come sono versi e linguacce le note.  “LUX” di Luisiana Lo Russo è una serie di vocalizzi accompagnati da suoni minimali che creano una atmosfera onirica in uno scorrere di sensazioni ipnotiche che ricordano sonorità stile anni ’70. Un evolversi un po’ troppo breve che lascia insoddisfatti, sprecando di fatto gli spunti interessanti. “PRAYER TO TIME” di Stefano Luigi Mangia (feat. Gianni Lenoci)  usa note dolci fluttuanti che si legano ad una voce maschile altrettanto sospesa. E’ una evocazione ammaliante che vibra sopra un pianoforte che suona inizialmente come gocce che cadono da foglie in pozze d’acqua limpida, e poi aumentano come lo scorrere di un ruscello, mentre i piatti e altri suoni danno un senso d’irrealtà. Chi volesse trovare in questo disco il jazz più  canonico, si troverà spiazzato perché molte composizioni si muovono in ambiti quasi sperimentali, o comunque ecletticamente misti ad altre sonorità, con strutture anche non immediatamente assimilabili. Le composizioni migliori ci riescono senza esagerare. Forse proprio la ricerca innovativa mista a soluzioni non esasperate ha fatto si che i brani citati mi piacessero. ROBERTO LATINI

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(Michael Ende)

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